Golden Gate Bridge: dal 1936 simbolo della città più elegante e ricca di storia della West Coast americana. Apro la visiera per provare a svegliarmi dal sogno in cui ci vedo sospesi tra le infinite corde che lo sorreggono; il forte vento e la fredda nebbia mi ricordano che è tutto reale. In lontananza, tra nubi spesse e bianche come panna, l’isola di Alcatraz e lo skyline di downtown. I suoi rossi piloni saranno le porte di ingresso del nostro viaggio in California.

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1° tappa: San Francisco 

Rimarremo a San Francisco due giorni, ospiti di Luciano arrivato qui nel ’49 da Torre del Lago Puccini in cerca di fortuna. Dopo una vita passata a commerciare pesce oggi si gode i suoi 93 anni accudito dalla figlia Sandra che ci delizia con la sua cucina. Union Square, così chiamata in ricordo delle manifestazioni unioniste durante la guerra di secessione, oggi è circondata da negozi di lusso; poco più in là osserviamo i conducenti dei cable car, i tipici tram a trazione funicolare, che girano i vagoni a mano al capolinea di Powell St.

Ci perdiamo in Chinatown tra botteghe, pescherie e ristoranti. A North Beach entriamo nella City Light Book, libreria e casa editrice che contribuì a diffondere la cultura beat in città grazie al fondatore e poeta Ferlinghetti. Scendiamo fino al Fisherman’s Wharf dove lo spirito portuale della città ha ceduto il passo a quello commerciale, ci fermiamo a guardare i breaker che ballano a ritmo hip-hop e funk compiendo acrobazie e raccogliendo applausi dal pubblico entusiasta. Proseguiamo verso il Pier 39 dove una colonia di leoni marini si è stabilita negli anni ’90 quando l’amministrazione cittadina scelse di spostare le barche e lasciare il molo a loro disposizione.

A Mission i graffiti sulle saracinesche dei garage ricordano le proteste degli anni ’70 delle comunità sudamericane. Castro è il cuore della San Francisco tollerante, aperta e alternativa, mentre in Haight Street tutto ricorda la Summer of Love del ’69, i movimenti pacifisti e la rivoluzione culturale. Per la gioia di Serena vengo risucchiato da Amoeba Music uno dei più grandi negozi di dischi che abbia mai visto; un paradiso per chi è cresciuto come me con il suono della West Coast in cuffia.

Verso la Napa Valley

Piazziamo la moto sotto il Golden Gate Bridge; peccato che il ponte giochi a nascondersi dietro la nebbia tipica del microclima che si viene a creare per le correnti fredde dell’oceano che incontrano l’aria calda della baia.

Passate le colline che circondano la città entriamo nella soleggiata Napa Valley: qui estati calde e secche si alternano a inverni freddi e piovosi, il clima ideale per sviluppare una produzione vinicola tra le più famose al mondo. Attraversiamo la valle di Sonoma dove storici vigneti ricoprono le colline e l’atmosfera è più informale. Poco a sud di San Francisco, San Josè raccoglie la più alta concentrazione di aziende high tech del mondo; Google occupa un intero quartiere nel quale circolano biciclette colorate come il famoso logo, mentre il museo dedicato alla storia del computer ripercorre un secolo di evoluzione della tecnologia che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere. 160 km di strada a picco sull’oceano Pacifico tra scogliere, spiagge e elefanti marini.

A picco sulla scogliera

Basterebbero queste parole per descrivere la costa californiana a sud di San Francisco. Il percorso inizia poco dopo Monterey e prende il nome di Cabrillo Highway. La strada scavata nella scogliera attraversa il Bixbi Creek Bridge la cui arcata si appoggia alle ripide pareti del canyon sottostante e raggiunge la spiaggia di Little Sur. Da lì, fino a Big Sur, non un distributore, né un posto dove fermarsi, ma solo condor che ci volteggiano sulla testa, nebbia e un forte vento.

Scendiamo a Pfeiffer Beach, una striscia di sabbia di 2 km interrotta solo da colate vulcaniche nere come la pece.
Continuiamo a viaggiare lungo la striscia d’asfalto dall’alto dei 200 metri di scogliera. Ad un tratto la strada scende fino a costeggiare una spiaggia sulla quale gli elefanti marini si rotolano al sole non curanti dei turisti che affollano gli spazi creati per ammirarli. Sembravano estinti per colpa dell’uomo che li cacciava nell’800 per il loro prezioso olio, ma oggi, dopo un programma di protezione integrale della zona, questi buffi mammiferi sono tornati a popolare il Pacifico dal Canada fino al Messico. In questo punto le acque diventano calme grazie alle Channel Islands e a largo si possono avvistare le piattaforme di estrazione del petrolio che deturpano il paesaggio in modo irreversibile.

Los Angeles

Il traffico congestionato ci avvisa che siamo a pochi chilometri da Los Angeles. I motociclisti sulle Harley-Davidson sfrecciano tra le vetture incolonnate: zero abbigliamento tecnico, un padellino in testa, borse di pelle, scarichi aperti e impianti stereo che diffondono musica hard rock a tutto volume. Passeggiamo a Hollywood sulla “Walk of fame” spulciando tra le stelle in cerca dei nostri attori o cantanti preferiti. Entriamo nell’ Hard Rock Cafè al cui interno troviamo cimeli di cantanti che si sono esibiti in questo storico locale.

Mi lascio guidare da Serena sulla collina di Beverly Hills, celebre set di tanti film e serie televisive. Il lusso sfrenato delle vetrine e delle Lamborghini o McLaren fanno da contraltare ai tanti ragazzi che chiedono qualche spicciolo per cercare di tirare avanti. ?A Santa Monica ci fermiamo al primo concessionario che troviamo sulla strada; vende Aprilia, Ducati e l’italica Energica. Il titolare rimane folgorato dalla nostra moto, ci regala l’olio della catena e ci indica il celebre molo in cui la Route 66 finisce il suo percorso dopo aver attraversato i 3.800 km che separano Santa Monica da Chicago.

La spiaggia è affollata e anche noi non resistiamo ad un tuffo tra le onde dell’oceano e ad un paio di ore di relax al sole. Se Santa Monica è la regina delle spiagge di Los Angeles, Venice Beach presenta un animo più alternativo e artistico. Qui ogni tipo di arte è ben rappresentata e decine di musicisti, scultori e pittori propongono le loro opere sul lungo mare ombreggiato di palme.

Direzione Mojave 

Lasciamo Los Angeles in direzione Mojave dove attraversiamo l’omonima riserva; la 99 dritta come un fuso ci porta a Visalia dove svoltiamo per il Sequoia National Park. Il campeggio si trova sul lago Kaweha; sono le sei del pomeriggio e il termometro segna 43°, così ci rinfreschiamo nelle sue acque. A Woodlake, unica cittadina nelle vicinanze, la vita sembra ruotare intorno ai festival folk e agli innumerevoli rodeo, come recita il cartello che la definisce “una delle ultime città dal vero spirito West”.

Al mattino percorriamo i 25 km che ci separano dall’ingresso del Sequoia National Park. La General Highway si inerpica con una serie infinita di tornanti fino ad arrivare all’albero più grande al mondo e simbolo del parco: il General Sherman Tree. Ne rimaniamo affascinati caminando lungo il percorso escursionistico che gli gira attorno. Scendiamo al Big Trees Trail dove un anello pedonale permette di ammirare alcune tra le sequoie più belle. Qui negli anni ’60 avevano costruito un albergo, una stazione di servizio e una strada che deturpavano il delicato ecosistema. Oggi strutture nuove e più ecologiche accolgono i visitatori ai margini del parco. Salutiamo Sentinel, un albero mastodontico di circa 2000 anni, prima di riprendere la strada verso la nostra tenda. È domenica sera e siamo soli sulle sponde del lago; udiamo da lontano il richiamo dei coyote e contempliamo la via lattea che risplende nel cielo.

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Yosemite Valley

Ci svegliamo all’alba per sfuggire al caldo e percorriamo velocemente la strada verso lo Yosemite National Park. Per avere una visione d’insieme della Yosemite Valley, il cuore del parco, percorriamo prima la HW41 e poi la stretta strada tutta curve e tornanti che ci porta al Glacier Point. Il quadro che osserviamo dal punto panoramico, ci mostra la valle in tutto il suo splendore. La cupola di granito dell’Half Dome svetta dai suoi 2200m raccontandoci la storia del ghiacciaio che ha scavato questa conca dominata dalle cascate Vernal e Nevada. Per riuscire a vedere El Capitan, meta ambita dagli scalatori di tutto il mondo, e le cascate Yosemite seguiamo il percorso che ci porta sulla vetta di El Sentinel dopo circa un’ora di cammino.

L’approccio con l’unico villaggio del parco è traumatico: orde di visitatori assaltano le poche strutture ricettive e i negozi, mentre la strada che corre nel fondovalle è un unico serpentone di auto dalle quali i turisti osservano la natura nel clima temperato dall’aria condizionata. Fuggiamo da questo delirio imboccando il sentiero che ci porta ai piedi delle cascate Vernal, dove ammiriamo l’arcobaleno e le nuvole di vapore formate dal suo imponente salto. Continuiamo a salire verso le cascate Nevada; la vista si allarga dalla cascata fino alla cupola dell’Half Dome che svetta nel cielo limpido, mentre il fragore dell’acqua fa da perfetta colonna sonora.

Per raggiungere le zone più settentrionali e selvagge dello Yosemite percorriamo la hw 120; la strada, aperta solo pochi giorni all’anno, passa da Osteld Point, costeggia le sponde del lago Tenaya e porta a Tuolumne Meadows il più grande prato di alta quota della Sierra Nevada. I suoi fiori selvatici, le vette granitiche e i laghi alpini hanno un’ aspetto profondamente diverso da quello della valle sottostante. Superiamo il Tioga Pass e ci fermiamo ad ammirare l’omonimo lago, prima di dondolarci sulle ampie curve che scendono in soli 20 km verso un enorme altopiano desertico.

Il vento che fa rotolare davanti a noi palle di cespugli secchi ci accompagna verso la Death Valley: deserto vero, caldo come non avevamo mai sentito, fatto di roccia, dove l’unica specie vegetale che supera il metro è il Joshua Tree.

La discesa verso l'inferno: Death Valley

Il Father Crowley Overlook, ci permette di allungare lo sguardo sul canyon e di capire cosa ci aspetta: sono le 5:30 del pomeriggio e ad un’altezza di circa 800m il termometro della moto segna 38°C. La strada scende fino a Panamit Spring un luogo desolato in cui è presente una stazione di servizio e un piccolo negozio. Un cartello dice di fare attenzione al caldo estremo che potrebbe nuocere a noi, ma anche al motore della nostra moto. Guardando il GPS che indica -20mslm e il termometro inchiodato sui 43°C ci domandiamo se abbiamo sbagliato a voler passare di qui in piena estate.

Una salita ripida e rettilinea ci riporta in quota in un’altalena di cambi di temperatura a cui non avevamo mai assistito nei nostri viaggi. All’improvviso spuntano dune di sabbia degne del Sahara, le Mesquite Flat Sand, che sembrano cantare a causa del forte vento. Poi l’ultima discesa verso l’inferno: Furnace Creek, a -60 m slm, l’unico vero centro abitato del parco. Sono le 19:00, ho la nausea, e il caldo che ci picchia addosso (sono 49°C) è insopportabile. Entriamo nell’unica struttura ricettiva presente; il receptionist rimane allibito quando rifiutiamo la camera che ci offre alla modica cifra di 290 $. Paghiamo 24 $ per una piazzola sopra le terra bollente nel campeggio adiacente al residence, un tuffo in piscina e una doccia fredda.

Dormiamo poco o niente e alle sei del mattino siamo già in sella alla nostra moto. Visitiamo Badwater, il punto più basso del nord america (-85 m slm), una distesa di sale rovente dove è stata registrata la temperatura più alta sulla terra pari a 57,7°C. Percorriamo la deviazione che ci porta ad Artist’s Palette e ammiriamo le rocce colorate di blu, giallo e verde per i minerali presenti. Da Zabriskie Point osserviamo i calanchi dorati modellati dall’erosione che sembrano onde del mare.

Ma è salendo al Dante’s View che lo scenario diventa unico; con un solo sguardo si può osservare il punto più alto, il monte Telescope a 3.300 m, e quello più basso del parco. Ripercorriamo a ritroso la strada del giorno precedente godendoci maggiormente le curve perfette che disegna il nastro d’asfalto luccicante.

Le immagini della valle che vediamo dai nostri specchietti sono i titoli di coda più appropriati del nostro viaggio in California.

foto - Serena Baroncini

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