Il viaggio è una componente essenziale dell’esistenza. Una esigenza interiore prima ancora che reale necessità fisica di spostarsi da un posto a un altro. Anche in quest’ultimo caso frutto, in fin dei conti, di una esigenza interiore. Per una parte del genere umano il viaggio sublima in un’esperienza esaltante quando sfocia in avventura. Certo, il tempo mitico degli esploratori è finito: ma questa tensione verso l’imprevisto – qui affonda le radici il temine avventura – rimane palpabile.

Lo sanno bene in BMW che ogni due anni organizzano qualcosa che ha tutti i contorni della sfida, dell’avventura appunto. È il GS Trophy che per il 2020 ha trovato il suo baricentro in una terra lontana. Forse la più lontana in assoluto per noi italiani: la Nuova Zelanda. Dopo la Mongolia, la Thailandia, il Canada (per non andare troppo indietro nel tempo) nel 2020 è toccato alle due isole del Pacifico occidentale, una terra che il film “Il Signore degli Anelli” ha saputo rappresentare nel massimo del suo splendore. Da qui, dalle infinite spiagge del Pacifico, dalle colline dell’isola del nord, dai fiordi di quella a sud, è partita l’avventura dei 22 team provenienti da 25 nazioni dei quattro continenti, selezionati l'anno precedente.

Non è una gara di velocità

Il GS Trophy è una competizione, ovviamente non “velocistica”: insomma, non vince chi arriva primo al traguardo. Vince la squadra più abile, affiatata, completa, resiliente (un termine molto di moda di questi tempi...). Le regole del “gioco” sono semplici: il viaggio (che inizia nei pressi di Auckland per concludersi a Queenstown) è diviso in otto tappe mediamente da trecentocinquanta-quattrocento chilometri l’una, quasi la metà in fuoristrada. Ciascuna, oltre alle molte ore di guida (in alcuni casi anche 10-12...), prevede almeno un paio di “prove speciali” di abilità che assegnano punti: com’è ovvio che sia, alla fine vince la squadra che ha fatto meglio, al netto delle penalità assegnate per esempio per caduta o per qualsiasi danneggiamento alle F 850 GS.

Già, perché è proprio la crossover di media cilindrata ad essere stata scelta quest’anno per la Nuova Zelanda. Un po’ per cambiare rispetto all’intramontabile R/GS usata in passato, un po’ perché il suo cerchio di 21” all’anteriore è garanzia di efficacia su ogni tipo di terreno.

Gli “special test” dicevamo... sono gare che mettono gli equipaggi gli uni contro gli altri, una sorta di “giochi senza frontiere” della motocicletta: lunga la lista, si va dalle prove di guida a tempo in vari percorsi off-road (quasi dei fettucciati da gara di enduro), all’orienteering nel bosco, passando per la sostituzione dei cerchi della moto, all’avviamento del motore su sterrato a spinta, allo spostamento della moto a motore spento su fondo sabbioso. Prove che mettono a dura prova il fisico, le doti di guida e la tenuta psicologica del gruppo. Proprio qui, in quest’ultimo aspetto, il GS Trophy trova la sua ragion d’essere. Nel gruppo, quello di ogni singolo team, quello più ampio, multietnico, colorato che si raduna tutte le sere sotto il tendone per la cena.