Italjet Dragster 700: "Da usare sempre non rinunciando alle emozioni. Clone QJ? Niente di più sbagliato"

William Toscani
Pubblicato il 27 dicembre 2025, 10:57
Figlio di Leopoldo, fondatore di Italjet, Massimo è oggi presidente e anima creativa dell’azienda bolognese. Designer e imprenditore, guida il rilancio del marchio con modelli iconici come il Dragster. Lo abbiamo incontrato nel corso della nostra presa di contatto sul tracciato di Imola, e insieme a lui abbiamo avuto modo di saperne di più sul nuovo 700 Twin.
– Un veicolo a metà tra moto e scooter, ma che non è né l’una né l’altro. Come lo definiresti?
"Lo definirei come un mezzo che unisce due mondi opposti, spesso in contrasto: quello delle moto e quello degli scooter. L’idea del Dragster 700 nasce da un motociclista che voleva un mezzo da usare tutti i giorni senza rinunciare alle emozioni di una moto bicilindrica, con cambio, marce e catena. Uno scooter col variatore non può dare quella sensazione, perciò ho voluto creare un veicolo che trasmettesse piacere di guida anche in città".
– Perché non una moto vera e propria con il DNA Italjet, visto lo stile così forte?
"Perché Italjet non vuole inseguire Ducati, Kawasaki o Yamaha. Se avessimo fatto una moto tradizionale, avremmo solo seguito la scia. Il nostro obiettivo invece è uscire dall’ordinario, alzare sempre l’asticella e creare qualcosa che prima non c’era".
– A chi vi rivolgete? Solo ai motociclisti “duri e puri” o anche agli scooteristi?
"Entrambi. Negli anni la clientela ha chiesto sempre più potenza: dalle cilindrate 50 degli anni ’90 si è passati a numeri ben più alti. Noi siamo partiti da un 450 monocilindrico (il bilalbero da 43 CV, n.d.a.), siamo passati a un 550 bicilindrico (il Dragster 559 Twin da 58 CV, n.d.a.) e oggi siamo arrivati a questo progetto. Il Dragster 700 può dare gioie di guida al motociclista ma anche incuriosire lo scooterista in cerca di emozioni nuove".
– Oggi conta ancora la prestazione come negli anni di tuo padre, quando “più veloce” significava “più vendite”?
"Da motociclista ti dico di sì. Le prestazioni restano la base: sound, cambiata, motore che sale di giri, emozione nella guida... Uno scooter con variatore, anche se potente, non dà proprio la stessa sensazione. Con un cambio entri in un mondo diverso, quello che appartiene a Italjet e che amiamo trasmettere".
– Parli di corse: pensate a un trofeo dedicato al Dragster 700?
"Abbiamo già un’esperienza con Malossi e il trofeo Academy, dove dieci ragazzi alle prime armi vengono seguiti da coach ed ex piloti. Italjet è molto forte nella fascia 'over 40', ma vogliamo anche formare nuove generazioni. Con il Dragster 700 stiamo pensando a un trofeo simile: è una vera moto, in pista si trova benissimo".
– Il design è aggressivo e ricercato. Come lo hai pensato?
"Non parto mai dal prezzo. Prima progetto la moto come vorrei che fosse, con i materiali migliori: vero alluminio, carbonio, Ergal, componenti top. Poi la mettiamo sul mercato. Certo, costiamo più della concorrenza, ma non vogliamo essere Honda o Piaggio. Restiamo nella nostra nicchia, dando ai clienti un prodotto autentico, costruito del tutto senza compromessi".
– C’è stata un’ispirazione precisa?
"Abbiamo mantenuto il DNA della famiglia Dragster 125, 200 e 300, ma il 700 è un salto di livello. Telaio a traliccio degno di una Superbike, cannotto scomposto, forcellone in alluminio, impianto frenante Brembo con doppio disco. Non serviva, ma abbiamo voluto il meglio. Ci sono clienti che ne comprano due: uno da usare e uno da tenere in salotto. Segno che questo veicolo è destinato a lasciare traccia".
– Qual è il vostro rapporto con QJ?
"Qualcuno ha parlato del Dragster come un clone QJ. Niente di più sbagliato. Per un obbligo di omologazione dai suoi documenti relativi al mercato cinese, lo scooter è registrato come QJ, ma solo sulla... carta. È un prodotto Italjet disegnato a Castel Guelfo (vicino a Bologna, n.d.a.); per il mercato cinese sarà assemblato negli stabilimenti QJ Motor e distribuito in esclusiva dalla stessa, con la quale abbiamo una partnership".
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