Le aziende di moto si stancheranno di fare... moto?

Le aziende di moto si stancheranno di fare... moto?

Luca De Meo, AD di Renault, dichiara guerra al consumismo: le auto devono durare più a lungo, spazio al riuso e al retrofitting. Viene spontano chiedersi: avverrà qualcosa di simile anche per le moto?

Nicola Andreetto

Nel settore dell'auto le tendenze e i cambiamenti arrivano sempre qualche attimo prima rispetto alle due ruote. Questo ci porta a valutare i segnali che arrivano dai cugini carrozzati per cogliere le mutazioni in atto e poterle recepire, intravedere quando ancora tra le moto sono di là da venire. Nelle scorse settimane, ad esempio, ci siamo occupati delle parole del numero uno di Toyota, Akio Toyoda, e di come abbia di fatto puntato l'attenzione sulle criticità dell'elettrico fornendoci una visione, ci sia concesso, corretta, condivisibile, ma forse non proprio a lungo termine. E viene poi il sospetto non sia un caso se qualche giorno fa proprio Toyota è stata accusata dal Dipartimento di Giustizia statunitense di essere stata "reticente" sulle emissioni delle proprie vetture ibride. Ma l'intervento da cui prendiamo spunto in questo caso è totalmente diverso e arriva da Renault.

Non compreremo più le moto? Lo spunto di Renault

In questi giorni si parla molto della presentazione della strategia del gruppo da parte del nuovo AD Luca De Meo nella quale ha dichiarato guerra al consumismo avviando una vera e propria rivoluzione anzi, una "Renaulation" come l'hanno astutamente chiamata i suoi pubblicitari. Il messaggio che ha fatto breccia nei cuori di automobilisti più o meno sensibili è semplice: vogliamo fare auto che durino più a lungo; vogliamo riciclare, riusare di più e rottamare il meno possibile. Tant'è che ha parlato di una Re-Factory in grado di rimettere in pista 100.000 vetture l'anno aprendo, di fatto, una porticina alla pratica del retro-fitting tanto ammirata da chi apprezza sia l'elettrico sia le linee più classiche al punto da montare, per esempio, power unit Tesla su vecchie Porsche.

L'azienda dell'auto fa un esame di coscienza?

Parrebbe una grande presa di coscienza dunque da parte del gruppo francese che, dopo essere stato tra i primi a credere nell'elettrico (la sua Zoe continua ad essere la preferita in Europa), pare voglia ergersi a paladino della questione ambientale. Ma la domanda nasce spontanea: dove sta la convenienza? Insomma, sappiamo tutti che né Renault né altre aziende automobilistiche sono associazioni filantropiche. Tuttavia che si stia vivendo una fase di grande cambiamento socio-economico e in particolar modo nel settore dei trasporti dovrebbe ormai essere chiaro a tutti. Il pianeta ci sta lanciando ripetutamente segnali d'allarme, in molti (forse) lo abbiamo capito - anche se non sempre i nostri comportamenti lo dimostrano - ma soprattutto le esigenze del cliente di aziende come Renault stanno cambiando, sono cambiate. Stiamo mutando la nostra pelle e da consumatori stiamo diventando sempre più utilizzatori.

Il nostro futuro prossimo è un futuro fatto di canoni e abbonamenti: non sta già diventando forse così? Questo è il messaggio tra le righe del discorso di De Meo: continueremo a fare auto in modo che le possiate desiderare - e non a caso mette in mostra le linee retro-futuriste di una Renault 5 reinterpretata, proprio per solleticare quelle corde della memoria che ci fanno sognare un elisir che ci riporti ventenni per sempre - ma l'auto non sarà più un prodotto da acquistare. Compreremo mobilità. Ecco che all'azienda conviene che quell'auto duri a lungo, sia progettata per essere disassemblata, che le sue parti possano essere riutilizzate. All'azienda conviene tenere quel prodotto sotto controllo per tutto il ciclo di vita, perché quel prodotto è un valore dall'inizio alla fine, a maggior ragione con l'elettrico. Dunque il produttore di auto diventerà sempre più un erogatore di servizi di mobilità.

Se ne parla da vent'anni almeno...

Sembra un'idea innovativa? A dire il vero non lo è poi tanto. Quando un ventennio fa chi sta scrivendo era ancora uno studente si parlava già molto di questa prospettiva. Tra le aule del Politecnico ci si preparava a pensare alle auto e alle aziende automobilistiche non più come costruttori di un bene, ma fornitori di un servizio con conseguenze su ogni aspetto della progettazione e della comunicazione. C'è voluto del tempo e un paio di crisi perché uno dei player principali rompesse gli indugi e rottamasse il vecchio schema. Quello di Renault rimarrà un caso isolato? Lo seguiranno anche gli altri? E fra quanto? Lo seguiranno anche le Case motociclistiche?
Da centauri non possiamo che interrogarci se un simile approccio sia applicabile anche alle due ruote. Sicuramente sì viene da rispondere pensando alla mobilità urbana dove l'orgoglio del possesso passa in secondo piano rispetto all'utilità e dove lo sharing è già una realtà. Maggiori dubbi persistono per la moto intesa come hobby e passione anche se la crescita delle società di noleggio a lungo termine fanno pensare che forse anche i motociclisti iniziano a pensarla diversamente. Sarà così? Ci piacerebbe pagare un abbonamento anziché una rata e cambiare moto a seconda dell'esigenza?

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