Della legge di gravità fondamentalmente se ne infischiano, e con le loro manovre sono capaci di mandare il pubblico in visibilio. Un concentrato di abilità, grazie alle quali sono spesso protagonisti sui set cinematografici, oltre ad essere corteggiati dai creativi di tutto il mondo per realizzare spot e messaggi promozionali ad alto tasso di adrenalina. Sono gli stunt-bikers, figure mitologiche metà uomo, metà moto, capaci di spingere un mezzo oltre i confini della realtà. 
Per capire come funziona questa professione siamo andati a trovare Didi Bizzarro del Bizzarro Stunt Team, un’attività che si tramanda ormai da tre generazioni. Da quando il nonno Pascal Bizzarro, proveniente da una famiglia circense, dopo aver sposato una bellissima donna, cresciuta in una famiglia di funamboli, mescolò le due arti con la passione per i motori, dando così vita ad uno spettacolo giunto fino ai giorni nostri. Un DNA acrobatico-motoristico, probabilmente unico nel panorama internazionale.

È stato così per me, ma anche per i miei fratelli e cugini. Fin da piccoli abbiamo avuto a disposizione auto e moto. Ci giochi, inizi ad andare in macchina su due ruote, fai i primi salti. In breve, tutto è naturale, e sorvegliato dai più grandi impari a guidare da stunt. Io tra i 4 e gli 8 anni, già saltavo persone e passavo attraverso il fuoco con una piccola Honda 50. Ma è stato solo intorno ai 23, che ho iniziato a fare sul serio con le moto. Da quel momento ho passato in sella, ad allenarmi, 4 ore al giorno, tutti i giorni, per almeno sei mesi l’anno”. 

Quella dei Bizzarro è a tutti gli effetti un’azienda familiare, una squadra composta da nove piloti: il più grande ha 55 anni e il più piccolo, la mascotte del gruppo, ne ha 15. A dar man forte ci sono poi diversi collaboratori che vengono chiamati in base alle esigenze.

Il bello di lavorare con la famiglia è che siamo tutti affiatati, passiamo gran parte del nostro tempo insieme. Quando ci si conosce così a fondo, si lavora diversamente, ci si fida. E questo nelle acrobazie di gruppo ti dà una marcia in più. Basta un piccolo segnale, un cenno, è già sai quale sarà la mossa successiva”.

Oltre agli spettacoli, il Bizzarro Stunt Team svolge numerose attività collaterali; ad una di queste, come ci spiega Didi, tengono davvero tanto: la didattica sulla mobilità responsabile, in collaborazione con scuole ed enti locali. Notando, infatti, la forte reazione del pubblico alle simulazioni di crash negli spettacoli, è nata l’idea di un progetto di sensibilizzazione, dall'importanza del casco, alla cintura di sicurezza, al come interagire correttamente con i soccorsi in caso di incidente. Il tutto, attraverso simulazioni realistiche, capaci di colpire profondamente lo spettatore. E chi meglio di uno stunt?
Per portare avanti tutto questo, però, occorrono, non solo elevate abilità personali, ma anche una logistica rodata, capace di preparare eventi e promuoverli.

Al momento gli spettacoli fissi li facciamo prevalentemente all’estero. L’allestimento prevede il lavoro di diverse persone, almeno 15/20, tra operai, organizzatori e piloti. Vanno gestite le attrezzature e montate le strutture, come per un qualunque spettacolo. D’inverno si fa tutta la programmazione delle date, delle location, le richieste delle autorizzazioni; e poi si parte con la promozione. In questi anni ho viaggiato tanto, Sudafrica, Cina, Thailandia, Pakistan. La fortuna di essere italiano è che si può spendere molto bene in giro la tradizione motoristica nostrana. Anche come stunt. La nostra è una terra di motori e questo all’estero è molto sentito. L’effetto promozionale è quasi automatico”.

Un mestiere affascinante, quindi,adrenalinico e con una forte componente di passione. Ma affinché non rimanga un semplice hobby, bisogna essere in grado di produrre reddito. E tra spese da sostenere e guadagni effettivi, non sempre è facile trovare la quadra. Bisogna avere una strategia precisa.

Un grande stuntman e amico, Chris Pfeiffer, una volta mi disse: no money, no passion. Battute a parte, la passione e la volontà di mandare avanti la tradizione di famiglia per me sono una componente importante, altrimenti farei un lavoro più redditizio e meno rischioso. Il segreto, per rendere proficua quest’attività, è essere sempre sulla cresta dell’onda, scegliendo manifestazioni in giro per il mondo, non solo perché convenienti economicamente, ma anche per motivi di prestigio e visibilità. È così che arriva altro lavoro. Ad esempio, aver partecipato al World Ducati Week, nelle edizioni 2014 e 2016, per me è stato importante”.

Altro aspetto rilevante, nella vita di uno stunt, è poi il rapporto col mezzo. Moto preparatissime, che di originale hanno ben poco: settaggi e componentistica dedicata, protezioni, sospensioni ad hoc, gomme e pressioni specifiche in base ai trick. Lo stress a cui sono sottoposte è pazzesco, maggiore di quello delle moto da gara. Tutto, quindi, deve funzionare alla perfezione. In genere ci si affida a meccanici di fiducia, ma è anche importante saper fare da soli. 

Prendi l’attacco al manubrio del freno posteriore che abbiamo sulle moto da stunt. Si usa tantissimo, come l’intero impianto frenante in generale. Le sollecitazioni sono assurde, parliamo di moto da 120, 130 cavalli con 70 denti di corona. Accelerazioni furiose che devi stoppare all’istante, per passare da un’impennata, a uno stoppie, e successiva rotazione. Se l’impianto non è perfetto, hai un tempo di utilizzo limitato, si surriscalda, e fine dei giochi”.

Subito dopo, Didi ci racconta uno dei lavori di officina più impegnativi che abbia mai dovuto affrontare. Perché perparare una Ducati Diavel per trasformarla in una moto da stunt non è certo cosa di tutti i giorni. Era il World Ducati Week, edizione 2016.

In quell’occasione mi aiutarono sia Ducati, che Monza Garage. Immagina solo cosa significa riuscire a far stare una corona da 60 denti su quel monobraccio. Un lavoro mostruoso, ma ne è valsa la pena. Burnout in pista, a Misano, sul rettilineo. In sesta. Mollo il freno davanti, la Diavel inizia a intraversarsi. E nell’istante stesso in cui la ruota prende grip... la faccio impennare. Di colpo. In sesta. Capisci? È l’unica moto con cui sia riuscito a fare una cosa del genere. Con un’altra avrei dovuto buttare dentro almeno due marce”.

Un altro contesto in cui gli stunt sono molto richiesti è quello del cinema. Sono loro, infatti, i protagonisti di quelle sequenze spettacolari che ci tengono col fiato sospeso. Un modo di lavorare diverso dal classico show. Sul set c’è tutto il tempo di costruire le cose con calma, senza gente dietro le transenne a cui dover prestare attenzione; anche se la maggiorparte delle volte, fatalmente, c’è sempre un cameraman in traiettoria, nel punto più delicato. Ciò che è davvero importante, quando si lavora nel cinema come stunt, è riuscire a rappresentarsi la scena così come viene descritta nel copione. 

Ci devi mettere del tuo per capire cosa vuole effettivamente il regista, e darglielo. Quelli che ci riescono, poi in genere li richiamano”. 

Chiacchierando di vita sul set, Didi ci racconta anche del particolare credito, che chi fa il suo mestiere, gode tra gli attori. In fondo, in quei momenti li sostituiscono, ma sono sempre loro, che alla fine ci mettono la faccia. Si devono poter fidare.

Un paio di anni fa ho fatto da controfigura a Claudio Santamaria. In seguito ci siamo incontrati su un altro set, e dopo un po’ che eravamo lì mi fa: ma ti ricordi che razza di frontale hai fatto contro quel pino nell’altro film? Quando una scena viene bene ti sono davvero riconoscenti. Si crea una sorta di legame, si instaura un bel rapporto”.

Un lavoro, quello dello stunt, con molte sfaccettature, difficile, in cui il rischio è all’ordine del giorno e non ci si può improvvisare. Un mestiere in cui, talvolta, si ricevono anche richieste “al limite”.

Con un collega ero stato contattato da Aprilia per girare un video emozionale su Shiver e Dorsoduro, eravamo nel porto di Mestre, in una zona merci. Si congelava, le moto erano delle pre-serie. Abbiamo girato tutte le scene, poi verso la fine ci hanno chiesto di saltare giù da un container a circa due metri d’altezza, come se fossimo su un camion in corsa. Ci tenevano molto, ma c’era troppa umidità, il fondo del container era una lamiera di ferro viscida e insidiosa. Li abbiamo convinti a non farlo. Loro hanno capito la situazione, fidandosi del nostro feedback. Essere professionali significa anche questo”.

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