Piaggio SÌ: dategli la limetta per le unghie

Antonio Vitillo
Pubblicato il 30 aprile 2026, 17:37
Gli anni ’80 sono stati quelli del SÌ della Piaggio. Non del cellulare né di internet, neppure del GPS. L’unico telefono disponibile stava nell’ingresso di casa, dove, in barba alla privacy, tutti potevano ascoltare. Le ricerche si facevano nelle enciclopedie, per trovare un indirizzo sconosciuto si usava il “Tuttocittà” della Sip, una sorta di antenato analogico di Google Maps. Era una specie di rivista, si piegava in due e si ancorava su quel piccolo portapacchi “a molla” del SÌ che, al mattino, era usato per fissare il diario, l’astuccio e qualche quaderno da portare a scuola. Si era adolescenti.
Tecnica semplice, idee intelligenti
Il Piaggio SÌ debuttò sul finire del 1978. Naturale evoluzione del Ciao, aveva forme e proporzioni simili. Diverso nelle ruote in lega di 16 pollici, pneumatici stretti 2,5" (sezione oggi consueta sulle mountain bike), la forcella telescopica e il motore oscillante conseguivano al Boxer. La chiamavano “sospensione integrale” posteriore, con il monoammortizzatore “incassato” nel telaio, è ancora una soluzione adottata in alcuni scooter di oggi. Non andava particolarmente veloce, era pur sempre un ciclomotore, i freni erano tecnicamente “basici”, non era ancora uso dare essi l’importanza che gli si dà oggi. Si voleva più accelerare e correre, era una tendenza dell’epoca: due piccoli tamburi dovevano bastare per fermare le velocità “extra codice”, un quasi raddoppio dei 45 km/h che avveniva grazie a kit di elaborazione con cilindri da 75 o 80 cc e rumorose marmitte “ad espansione”.

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