Itinerari moto Emilia-Romagna: la grande bonifica ferrarese

Emilio Salvatori e Cristina Zoli
Pubblicato il 14 gennaio 2026, 08:42
Siamo nel territorio della grande bonifica ferrarese, dove i canali, costruiti con maestria e pendenza, raccolgono l’acqua dei campi per passarsela l’un l’altro fino a convogliarla nei bacini ai piedi delle idrovore. È qui che questi impianti nati nella seconda metà dell’800 innalzano ogni anno milioni di metri cubi d’acqua con le loro gigantesche pompe per farla confluire con un ultimo salto nel fiume e, seguendone il corso, giungere al mare. Del resto, ben il 44% del territorio su cui ora stiamo viaggiando è stato da sempre sotto il livello del mare, una sorta di grande catino acqueo limitato a nord dal Po, a sud dal Reno, a ovest dal Panaro e a est dal mare da cui è separato dai cordoni sabbiosi della costa.
Il nostro viaggio parte da Ferrara, dal maestoso simbolo della città degli estensi, che si erge nel cuore della città storica con le sue quattro torri circondate dal fossato. Sì, perché anche la stessa acqua, che colmando il fossato cinge ancor oggi Palazzo Ducale, è parte di quel reticolo storico e funzionale che con oltre 4.000 km di canali, lega e distingue questo territorio. Ferrara del resto fin dalle origini ha intrecciato i propri destini all’acqua nascendo – era il 753 – sulla riva del Po là dove con una biforcazione il fiume si divideva in due rami, che prendono il nome di Po di Volano e Po di Primaro. Proprio seguendo il corso del Po di Volano, all’altezza di piazza Travaglio, inizia il nostro viaggio, verso la prima delle idrovore storiche che, dopo tante peripezie, hanno segnato la svolta nell’attività di regolamentazione idrica del territorio consentendo l’avvio della bonifica meccanica.

L’impianto idrovoro di Sant’Antonino
Sono pochi i km che da Ferrara ci separano dall’impianto idrovoro di Sant’Antonino nel borgo di Cona. Realizzato tra il 1924 e il 1926, l’impianto è ancora dotato delle tre pompe centrifughe originali capaci di una portata massima di ben 1.750 litri d’acqua ogni secondo. Visitandone l’interno non si può non rimanere stupiti dalla funzionalità e dalla bellezza di queste pompe che, direttamente accoppiate a motori elettrici delle Officine Nazionali di Savignano Torino, sono ancora oggi perfettamente funzionanti. La stessa struttura che lo ospita, visibile già dalla strada, è di grande bellezza, ma non paragonabile a quella della vicina Baura, a soli 7 km di distanza. Sì perché quello di Baura è il primo impianto idrovoro realizzato a Ferrara, quando ancora la provincia era parte dello Stato pontificio. I motori dell’impianto di sollevamento dotato di “ruote a schiaffo” erano originariamente a vapore, ma fu con essi che furono prosciugate le fosse della cinta muraria della città estense e sistemati idraulicamente i terreni agricoli a est della città. Prendeva così inizio nella seconda metà dell’800 l’epopea della grande bonifica ferrarese che grazie alla forza delle pompe idrovore, in origine a vapore, poi coi motori diesel e infine con motori elettrici, ha trasformato questi territori, per quasi il 50% ancora al di sotto del livello del mare, nella distesa infinita di campi dentro cui oggi siamo immersi.

Iniziamo a seguire il Po di Volano
Lungo la Provinciale 20 iniziamo a seguire il Po di Volano nella sua corsa verso il mare. Viconovo, Albarea, Denore, Finale di Rero, Parasacco, uno dopo l’altro ecco i piccoli romantici borghi che con le loro case, i campi e i fienili raccontano una storia antica. Una storia del tutto diversa da quella di Tresigallo, la “Città Metafisica” come viene chiamata, che incontriamo subito al di là del ponte che, all’altezza di Finale di Rero, scavalca il fiume. È la capitale del Razionalismo italiano, la più importante corrente architettonica che segnò molte delle città italiane nel decennio tra il 1920 e il 1930. Attraversarla in moto è come fare un salto nel tempo, ma non in un tempo storico, piuttosto in quello del sogno e della fantasia che l’eleganza dei suoi numerosi edifici sa ancora trasmettere, facendone, grazie a un accurato intervento di riqualificazione da parte dell’amministrazione pubblica ancora in corso, un vero e proprio tesoro di storia e bellezza. Rientrati sulla sponda destra del Po di Volano, si prosegue sulla SP23. Fiscaglia, Massa Fiscaglia ed ecco Codigoro dove ci attende, con i suoi cinque impianti idrovori, uno dei complessi più significativi della bonifica idraulica italiana e mondiale, capace di spingere, quando necessario, oltre 140 metri cubi di acqua in un secondo, sollevandola di ben cinque metri per poi riversarla nel corso del Volano e farla giungere al mare. Siamo nel punto più basso del catino ferrarese. Era su isolotti circondati dalle acque che è nata la stessa Codigoro così come la vicina Abbazia di Pomposa. Sulla sponda del fiume, a poca distanza dal Palazzo dei Vescovi, si trova un monumento più unico che raro, non per ricordare poeti o generali, ma i veri eroi della grande bonifica, gli umili “Scariolanti” che con le loro carriole e la forza delle loro braccia scavarono i canali e alzarono gli argini necessari a guidare le acque e rendere possibile la grande bonifica.

Verso il castello di Mesola
Invece di giungere a Pomposa per poi proseguire lungo il Po di Volano fino alla foce, scegliamo di salire verso nord per visitare i luoghi storici che raccontano la storia di un’altra grande bonifica, quella estense, di cui rimangono importanti tracce. Il ramo del Po di Goro, che si stacca dal corso principale poco prima di Ariano Polesine, è a una quindicina di km ed è da lì che ne seguiamo il corso fino al mare lungo la strada d’argine. Bastano pochi km ed ecco emergere nel paesaggio il bel castello di Mesola, con le sue quattro torri merlate che ancora dominano fiume e piano. Più che un fortilizio strategico sembra pensato come luogo di delizie o, più probabilmente, come casino di caccia del Duca Alfonso II, ultimo discendente della dinastia degli Este che poteva giungere fin qui da Ferrara navigando lungo il corso del Po. A poca distanza, attraversata la Romea, ecco la Chiavica dell’Abate, bella come il sole, che con le sue porte vinciane gestiva il corso delle acque del Canal Bianco scaricando in mare le acque del canale ma nel contempo impedendo la rimonta delle acque marine verso l’entroterra.

Arrivo al romantico porto di Gorino
Siamo ormai all’altezza di Goro ed è da qui che una deviazione ci porta verso la magia del ponte di barche che, oggi come ieri, collega Gorino Ferrarese a Gorino Veneto, l’Emilia-Romagna al Veneto. È una vera e propria emozione attraversarlo, magari a bassa andatura, cadenzata dal rumore delle assi sotto le ruote così da far prolungare il piacere di questa attraversata su uno dei tre ponti di barche del Delta del Po ancora esistenti, testimonianze preziose di un’epoca lontana.
Ed è così che lungo la sponda sinistra del ramo di Goro si arriva, con un ultimo tratto sterrato, al termine del corso del fiume che, intatto, mantiene la sua aura selvaggia. Da qui ci si può imbarcare verso l’ultima propaggine del fiume prima che si getti in mare, quell’Isola dell’Amore che, ai piedi del faro ancora in funzione, regala a chi si vuole avventurare il piacere di una spiaggia dimenticata. Dopo aver fatto una capatina sul romantico porto di Gorino, con le sue barche e le sue reti, eccoci arrivare, attraversato il Bosco di Mesola, all’abbazia di Pomposa la cui origine risale ai secoli VI-VII, quando un insediamento benedettino sorse su quella che era niente più che un’isola boscosa circondata da due rami del fiume e protetta dal mare.
Come in molti altri luoghi del nostro meraviglioso Paese, anche qui il centro monastico fu il propulsore dell’economia di un vasto territorio promuovendo quelle bonifiche che resero abitabili e coltivabili vaste porzioni di terreni altrimenti paludosi. Una lotta impari, tanto che, quando con la rotta del Po di Ficarolo il corso del Grande Fiume si modificherà profondamente, riprese il processo di impaludamento di queste zone e il declino dell’abbazia che però è stata capace di conservare i tesori raccolti nel momento del suo massimo splendore, come i cicli d’affreschi d’ispirazione giottesca e il bellissimo pavimento a mosaico con intarsi di marmi preziosi.

Gli ultimi km prima dell’abbraccio col mare
Superata la chiavica dell’Agrifoglio e incontrata la torre chiamata della Finanza, realizzata nei primi anni del Settecento per controllare l’accesso alla foce del fiume, eccoci nuovamente a seguire il corso del Po di Volano negli ultimi km prima dell’abbraccio col mare. Correndo sul ciglio della duna costiera si scende verso sud, con il mare e la sua bellezza selvaggia che ci accompagnano sulla sinistra, mentre a destra Valle Bertuzzi, una delle zone umide più importanti d’Europa, ospita insieme alle specie di uccelli tipiche dell’area del delta una nutrita colonia di fenicotteri rosa che qui ha trovato l’habitat ideale dove vivere e riprodursi. A chiusura del cerchio, una deviazione ci porta a Marozzo, dove si trova l’omonimo impianto idrovoro, costruito nel 1872 secondo tecniche olandesi, andato in pensione dopo un’ininterrotta attività durata ben 115 anni solo nel 1986 con la prospettiva di divenire sede del Museo della bonifica.
Ma è solo un intermezzo prima di giungere a Comacchio, il borgo che la leggenda vuole nato su 13 isolotti, non distante dalla mitica città di Spina, la città etrusca così importante da essere considerata dai greci città greca essa stessa. Per secoli la sua memoria era andata persa e il suo ritrovamento fu un regalo inaspettato delle bonifiche di Valle Trebba che, col prosciugamento dei terreni, restituirono la grande necropoli della città che si pensava perduta col suo carico di tesori immensi, oggi esposti in gran parte nelle sale del Museo archeologico di Ferrara. Una visita assolutamente da non perdere per la ricchezza di vasi, piatti, collane, monili, e altro ancora, così come da non perdere è la visita al Museo Delta Antico di Comacchio, dove, come in un viaggio nel tempo, è narrato il ruolo che questo territorio e gli uomini che l’abitarono ebbero nella storia antica, crocevia e presidio delle vie d’acqua e di terra che nei secoli l’hanno attraversato collegando le civiltà del mondo del Mediterraneo e il cuore dell’Europa continentale.
Lasciamo Comacchio e i suoi simboli sei-settecenteschi che sorvolano o si affacciano sui canali, dal Ponte degli Sbirri al celebre Trepponti, fino al Porticato dei Cappuccini e all’antica Manifattura dei Marinati, che coi suoi 12 camini per la cottura allo spiedo delle anguille prima della marinatura racconta una storia altrettanto suggestiva. Una capatina fino a Stazione Foce per godere dello spettacolo dei capanni di pesca e dei casoni che si gettano sulla valle e via, seguendo il corso del canale navigabile su cui fa buona guardia il più grande impianto idrovoro d’Europa. Ostellato prima, Portomaggiore poi, che incontriamo lungo la provinciale, sono due paesoni sonnacchiosi di pianura dove la patina di un tempo lontano sembra continuare ad avvolgerli. Niente a che vedere con l’eleganza della Delizia estense del Verginese, la residenza ducale che nel primo Cinquecento Alfonso I d’Este donò all’amante Laura Eustochia Dianti, la cui visita merita sicuramente una deviazione di qualche km.
Consandolo, Argenta ed eccoci nel Parco regionale del Delta del Po, per visitare l’ultima idrovora di questo viaggio. L’idrovora di Saiarino opera infatti sulla sponda del fiume Reno, ovvero sul fiume che dagli inizi del ’600 cessò di devastare il territorio tra Bologna e Ferrara grazie alla sua deviazione nel letto dell’antico ramo del Po di Primaro, che per lungo tempo era stato il ramo principale del Grande Fiume. Lo stabilimento idrovoro di Saiarino, che dall’inaugurazione del 1925 continua a presidiare il regime delle acque della zona, è anche la sede del bel Museo della Bonifica. Oltre all’affascinante visita delle antiche e potenti turbine e alla vecchia centrale termoelettrica per la trasformazione e la produzione di corrente, il museo racconta la meravigliosa storia del sistema di bonifica fatto di reti distinte di canali per le acque alte e quelle basse, di idrovore, casse di espansione e numerose chiaviche, ma anche dell’impegno dell’uomo. All’altezza di Molinella, sorpassato il Reno, ritroviamo l’antico corso del Po di Primaro e il borgo di Traghetto, il cui nome deriva dal servizio che storicamente veniva qui svolto per collegare la sponda bolognese del fiume a quella ferrarese. E che quello che ora fiancheggiamo negli ultimi 30 km del nostro viaggio sia veramente il corso di un fiume antico, ce ne accorgiamo seguendo le anse che a spirale risalgono verso Ferrara.
Uno dopo l’altro, sono paesini antichi ad accompagnarci fino a Ferrara, fino a quando, nelle vicinanze del cimitero di San Giorgio di Ferrara, le acque del Po di Primaro ricongiungono quelle del Po di Volano, lungo cui questo viaggio aveva avuto inizio e che ora, volentieri, rincontriamo.

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