Fregene, litorale laziale. Un week-end di inizio estate a casa dell’amico di sempre. Per dimenticare. Per dimenticarla. Poi un messaggio che esplode nel silenzio, alle prime ore del mattino. Due semplici parole e un punto esclamativo: “Mi manchi!
Inizia così questa strana avventura. Con la casa ancora assopita, dopo i bagordi della notte prima, e io che corro in giardino verso l’auto, pronto ad aprire lo sportello e ad andare da lei. Ma proprio lì accanto, ecco la Kawa ZRX1200R con le chiavi inserite nel blocchetto dell’accensione. Quella Verdona mi aveva sempre intrigato: tanto motore, e la sensazione di domare un bufalo afferrandolo per le corna. Succede tutto in un istante. Torno in casa, afferro la penna e lascio un messaggio sul tavolo della cucina: “Parto, devo raggiungerla. A proposito, ti lascio la macchina e prendo la tua moto… le chiavi le trovi nel cruscotto. Non t’arrabbiare, la tratto bene”.
Torno fuori. Un casco, ho assolutamente bisogno di un casco. Apro la porta della rimessa vicino alla legnaia. Eccolo, insieme ad un paio di guanti e ad un vecchio giubbotto in pelle. Mi infilo tutto. Vado verso la moto, salto in sella, giro la chiave, un colpo allo start, e il motore parte subito, senza fare storie. Neanche due minuti e sono già sul lungomare. Direzione: Silvi Marina, costa Adriatica. Ma è solo quando sono oramai quasi a Roma, all’altezza del Grande Raccordo Anulare, che mi pongo finalmente la domanda fondamentale: “Ok, e adesso?”.
In macchina non ci avrei pensato due volte, mi sarei infilato sulla A24, e via. Ma in moto… neanche a parlarne. Senza una cartina dietro da consultare, però, che si fa? “D’accordo - mio dico - improvvisiamo”. 

VOCE DEL VERBO ANDARE

Una sola cosa era certa: quel che stavo per compiere era un autentico coast to coast. Quando si dice “coast to coast” la prima cosa che viene in mente sono i grandi spazi americani, la leggendaria Rout 66, e gli infiniti nastri d’asfalto, dritti come un fuso, che tagliano il continente USA da est a ovest. Ne ero certo, un coast to coast all’italiana non sarebbe stato da meno. E poi un po’ di strada in più, e due curve, mi avrebbero aiutato a riflettere. Erano davvero tante le cose che avevamo da dirci.
Mi dirigo spedito verso la SS4 Salaria, che imbocco in direzione Rieti. La moto scoppietta allegra, felice di andarsene via. Giunto al semaforo giro per Passo Corese, e oltrepassata la rotonda, imbocco la strada per Fara Sabina. Supero Talocci e Coltodino, e inizio ad arrampicarmi sui tornanti che portano a Farfa. Certe volte mi domando quanti siano i motociclisti a conoscere la bellezza di questa strada a così pochi chilometri dalla Capitale. Passo il bivio per Fara Sabina e proseguo attraversando Bocchignano, per poi svoltare a destra seguendo la strada in direzione Salisano: un bellissimo percorso sperduto tra le valli della sabina, che mi conduce a Rieti.
Già dalle prime pieghe, all’altezza di Talocci, avevo apprezzato l’erogazione poderosa della ZRX, ma adesso che la confidenza aumenta, inizio a godermi tutto il piacere di sentire tirarmi via le braccia ad ogni uscita di curva. La strada si raggomitola, chilometro dopo chilometro, arrampicandosi sul costone della montagna. Il sole inizia a farsi sentire fastidiosamente sotto la giacca, per fortuna il Terminillo è vicino. I tornanti che arrivano a Pian delle Valli sono sempre un gran godimento. L’asfalto è perfetto e si pennellano splendide pieghe in rapida sequenza. Alla base degli impianti sciistici capisco di avere bisogno di un caffè. Faccio sosta in un bar assediato da una comitiva di escursionisti. Probabilmente ho sottovalutato l’impatto sugli altri della giacca logora che indosso, e così al mio passaggio il gruppo si apre come le acque del mar Rosso davanti a Mosè. La cosa mi diverte, e anche il tizio del bar se la ride di gusto. È un motociclista anche lui. Terminato il turno se ne andrà a fare due pieghe verso Cascia-Norcia. Gran bella strada… magari la prossima volta.
Torno alla moto. Gli escursionisti sono spariti. Accendo, un colpo di gas e via, in direzione Leonessa. Nel giro di pochissimi chilometri lo scenario cambia. Forse uno dei pochi angoli di appennino in cui sembra di trovarsi sulle Alpi. La strada è molto bella ed è un piacere affrontare in surplace il tracciato spiraliforme. L’aria frizzante concorre alla lunga sferzata di benessere che mi coglie in pieno nel bel mezzo di quel ribollire profondo di azzurro e verde intenso.

QUEI CHILOMETRI DI PERSONALE MAGIA

Arrivo al passo Sella di Leonessa, e dopo essermi fatto largo tra le immancabili mucche sulla carreggiata, inizio la discesa nel fitto del bosco con la pietraia del torrente in secca sulla destra. Le ultime curve prima di Leonessa sono sempre state un must. Ognuno di noi ha un suo tratto mitico, un passaggio in cui sente aumentare al massimo il piacere di guida. Ecco, tra i miei c’è questa brevissima serie di curve in leggera discesa, quasi in piano, con dalla geometria perfetta. L’asfalto è chiaro, granulare, con ottimo grip; mentre la carreggiata ampia, e l’assenza di traffico, danno la sensazione di ritrovarsi in pista.
Nei pressi di Leonessa butto un occhio al livello del carburante. Ok, posso continuare. Svolto verso Posta. Un altro tratto mitico, zeppo di curve. Di solito preferisco percorrerlo in senso inverso, ma anche così è uno spettacolo. Per strada sono praticamente solo, con i miei pensieri e il rombo della Verdona a fare da colonna sonora.
Macino i chilometri fino a Posta tutti d’un fiato. Arrivato sulla SS4 Salaria, il caldo torna a farsi opprimente. Prima di imboccare il vicino svincolo per Montereale, cerco un benzinaio per fare il pieno. Durante il rifornimento ne approfitto per controllare il telefono. Un  altro messaggio: “Sei un pazzo. Comunque in bocca al lupo! E trattami bene la moto… altrimenti ti uccido!”. Bello avere amici così.

MIRAGGI

Ok, il carburante è a posto. Riparto in direzione Montereale per raggiungere il lago di Campotosto. Ancora curve. Il percorso è avvincente. Supero, piegando forte, Borbona, Montereale e, prima di arrivare ad Amatrice, svolto a destra in direzione Campotosto. La strada che porta al lago è un vero Luna Park, mentre l’altitudine mitiga un po’ il caldo. È l’ora di pranzo, e dopo tutte quelle curve ho una gran fame. Mi fermo a un alimentari e mi faccio preparare un panino con la tipica mortadella locale.
La pausa è breve e dopo poco sono di nuovo in sella. Superato il lago, mente mi dirigo verso la SS80 – che imboccherò in direzione Teramo, nei pressi del famoso Passo delle Capannelle – incrocio una Suzuki SV650 gialla. Per un istante ho la sensazione che sia Lei. “Ma no, devo essermi sbagliato…” e proseguo.
Ricordo ancora il giorno in cui andammo a scegliere insieme la sua prima moto. Le infinite discussioni, e gli occhi che le si illuminarono nell’istante stesso in cui vide quella SV.

NON C’È TEMPO DA PERDERE, SALVO ECCEZIONI

Supero il piccolo lago di Provvidenza. Gli scorci sono notevoli e mi vorrei fermare, come faccio di solito. Ma stavolta non posso. Continuo sull’ondulata SS80, accompagnato dallo scorrere del fiume Vomano. Un angolo di Appennino paradisiaco all’ombra delle aguzze cime del Gran Sasso.
Supero il paesino di Ortolano, e dopo una quindicina di chilometri, incontro il bivio (sulla destra) per Prati di Tivo. Mi torna subito in mente quella volta in cui scalai quella strada in sella alla ZX-10R più verde che abbia mai visto. Pura Adrenalina solforosa. Da Prati di Tivo, la veduta sul Corno Piccolo, è da album dei ricordi.
All’altezza di Montorio in Vomano, saluto la Statale 80 e svolto a destra sulla 150 in direzione Roseto Degli Abruzzi. Inizio a sentire vicina la meta. Giunto nei pressi di Val Vomano scorgo le indicazioni per Penne. È un flash. Mi ricordo che qualcuno, una volta, mi aveva detto “la strada dalla SS150 a Penne è strepitosa”.
Andiamo a vedere! La imbocco e… tutto vero: la SS81 disegna 50 chilometri di divertimento puro senza sosta. Badilate ininterrotte di adrenalina motociclistica. È tale il piacere di guida, che incontrando uno svincolo per Atri-Silvi Marina (che sicuramente mi avrebbe fatto risparmiare diversi chilometri), faccio finta di nulla e proseguo galvanizzato fino a Penne. Continuo ancora per un breve tratto fino a Loreto Aprutino, per poi intraprendere gli ultimi chilometri, dritti come un fuso, fino a Montesilvano.

STORIE DI MOTO...

Pochi attimi e la Costa adriatica mi si apre assolata davanti alla visiera del casco. Fa un gran caldo e sul lungomare c’è traffico; eppure mi sento felice e soddisfatto: ho guidato da Dio e adesso eccomi qui. Passo il ponte e sono a Silvi Marina. Mi dirigo verso casa sua. Ecco il vialetto privato, defilato, in una zona tranquilla, all’ombra, col grande cancello in ferro battuto. Quante volte l’avevamo oltrepassato insieme per andare in spiaggia. Suono il citofono. Mi risponde una voce familiare, quella di sua madre. Quando capisce che sono io sembra trasalire. Farfuglia un saluto veloce e chiude. Il cancello si apre. Percorro lentamente il vialetto fino al porticato della villa. La vedo aspettarmi lì, immobile, come un’antica quercia. Mi tolgo casco, guanti e giubbino, lasciandoli penzoloni sulla moto. Mi avvicino. Tutt’a un tratto cambia espressione e con aria tra il divertito e il rassegnato sua madre mi fa: “Siete proprio due matti! Ma non lo sai?” Guarda che mia figlia è partita stamattina, in moto, proprio per venire da te!

Rimango come un salame, in silenzio. Poi un sorriso mi si stampa sul volto. Mi giro verso la Kawa. La guardo. Ho la sensazione che sorrida anche lei. “Signora la chiami! Le dica di non muoversi di lì che sto arrivando”. Non le do neanche il tempo di rispondermi, sento che dice qualcosa a proposito di bere dell’acqua, ma ormai sono già con la testa altrove: saluto con un cenno del braccio, pochi secondi e sono di nuovo in sella. Una nuova meta. Una nuova strada. Storie di moto...