QUESTA VOLTA IL GENERALE È DOTATO DI CONTACHILOMETRI. In salita andiamo in seconda a 30 km/h e un cucciolo di orso se ne sta sulla scarpata proprio di fianco a noi, ha il pelo arruffato, sembra spaesato, ma a guardarlo bene negli occhi si capisce che non è così. Non dimenticherò mai quello sguardo, i suoi occhi che ti vedono l’anima e allo stesso tempo ti mostrano la sua, che è libera, fiera, potente e selvaggia, una sensazione così limpida da farti sentire insignificante. Sono tentato di fermarmi per permettere a Giuliana di fare una foto, ma penso subito che a pochi metri ci sarà sicuramente sua madre che non ne sarebbe felice, così continuo dritto cercando la mia libertà e lasciando lui e sua madre alla loro, sicuramente più autentica della mia.

IL VENTO È PAZZESCO e continuiamo come se fossimo fogli di carta in caduta libera, sballottati a destra e sinistra, la temperatura comincia ad essere bassa anche di giorno, per colpa di questo lago immenso come l’Adriatico. Impieghiamo tre giorni per aggirarlo!

ATTRAVERSIAMO LE PROVINCE DELL’ONTARIO E DI MANITOBA, entriamo nel Saskatchewan, ora i temporali neri come la notte si susseguono uno dopo l’altro, alternati per fortuna da alte temperature. Viaggiamo sotto l’acqua per cinque ore consecutive e il Generale mi sorprende di nuovo: è inarrestabile, galoppa come un puledro impazzito. Sentirlo cantare in ogni situazione al massimo dei giri possibili senza stancarsi mai è sempre qualcosa di miracoloso. Il cielo in questa parte di mondo è impressionante, bello come il paradiso, certe volte sembra di essere in aereo e non per terra, si viaggia tra cielo, nuvole e un verde che ti acceca.

I BOSCHI DELL’ONTARIO SONO LONTANI ORMAI e al loro posto vedo distese sconfinate che fanno tornare davanti a noi la curva del mondo intero. Il vento continua a farci viaggiare come in una centrifuga e l’adrenalina in alcuni chilometri schizza alle stelle: una sensazione che provoca dipendenza. Quando siamo fermi in qualche paesino con motel o campeggi disponibili e i chilometri percorsi potrebbero essere abbastanza, se non già troppi, restiamo sempre qualche secondo in silenzio con il motore al minimo: potremmo fermarci, ma la strada infinita davanti a noi non lo permette, il richiamo resta fortissimo e sembra quasi che io abbia bisogno di sentire fino all’ultimo le vibrazioni del motore e la forza del vento contro sulla faccia e sul petto.