Due cilindri, un telaio, un serbatoio a goccia in metallo e un manubrio alto. Serve altro per andare felici? No.

Ducati ha tirato fuori il coniglio dal cilindro seguendo la troppo spesso dimenticata filosofia della semplicità. Perché la Scrambler, piaccia o meno, è innanzitutto una gran moto. Proprio perché quello che ha da dire lo dice, senza giri di parole, senza filtri, senza inutili sofismi.

Due cilindri dicevamo. Si raffreddati ad aria. I soliti, di sempre. E nessuna mappatura, nessun Ride By Wire, nessun controllo se non quello del polso. E l'ABS, al quale ormai non si può rinunciare nemmeno volendo. Ah, è disinseribile.

E poi quella posizione di guida così naturale, così friendly. Il manubrio è li, alto e largo. La sella è qui, bassa e comoda. Le pedane sono dove devono essere, le leve anche. Un minuto a bordo basta a creare uno di quei legami che non possono che durare. Simpatia naturale.

E poi c'è il resto che è design ma è anche funzionalità. Il disco, che davanti lavora in solitudine, è più che sufficiente a fermarsi dove si vuole e come si vuole. I cavalli, che sono 75, sono tutti quelli che servono a ripartire con brio, dopo che ci si è fermati. E le sospensioni che non saranno delle Ohlins da GP ma lavorano sodo e svolgono più che bene il loro compitino.

La nuova Ducati Scrambler ci ha portato in giro per la California, con quel suo borbottio roco e quel fanalino tondo che farà un sacco di strada.

I perché e i percome ve li raccontiamo dettagliatamente sul prossimo numero di InMoto, in edicola dal 23 Dicembre.

Rimanete sintonizzati.

Federico Garbin

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