Borile Multiuso: l'instant classic artigianale che non puoi non amare

Michele Lallai
Pubblicato il 16 marzo 2026, 09:44
Nel panorama motociclistico contemporaneo dominato da piattaforme condivise, elettronica sempre più sofisticata e processi industriali altamente standardizzati, l'immagine che la Borile Multiuso proietta nel mondo della passione appartiene a un'epoca persa nel tempo, molto più di stante dai soli 13 anni che ci separano dalla sua prima apparizione sul mercato. Si tratta di una motocicletta essenziale, leggera e quasi primitiva nella concezione, ma proprio per questo capace di lasciare un segno profondo tra gli appassionati anche se si tratta di un prodotto artigianale che ha venduto davvero pochissime unità.

Ma che roba è?
Dietro il progetto c’è Umberto Borile, uno degli ultimi veri artigiani del motociclismo italiano che ha partorito quest'idea per sopperire a un'esigenza molto concreta: avere una moto leggera e semplice con cui muoversi tra i sentieri dei Colli Euganei per andare a cercare funghi. Ricordo ancora quando mi disse questa frase il giorno della presentazione stampa, perchè è decisamente un altro modo di concepire la nascita di una moto rispetto alle pagine e pagine di ricerche di mercato, studi di settore e identificazione del target tipici della grande produzione.
Da questa idea quasi folle e innocente prende forma una piccola due ruote fuori da ogni schema industriale, che nel tempo diventerà uno di quei modelli che bene o male tutti gli appassionati vorrebbero mettersi in garage. Non è una enduro o una trial vera e propria, ma nemmeno una scrambler o una moto da città. In realtà è un mezzo che rifiuta deliberatamente le categorie, proprio come suggerisce il nome.
È pensata per andare ovunque: sterrati, sentieri, strade bianche, pavé urbano o brevi trasferimenti su asfalto. Una piccola tuttofare che privilegia la semplicità assoluta rispetto alle prestazioni. Le linee ricordano vagamente le vecchie trial e i “tuboni” degli anni '80 con una ciclistica essenziale e una struttura telaistica completamente in alluminio che contribuisce a contenere il peso in modo impressionante. Non è stata costruita per piacere a tutti, è chiaro, ma è proprio questa radicalità estetica a renderla immediatamente riconoscibile.

Come è fatta?
La Multiuso è una moto spartana per scelta. Molti dei dettagli che su una moto industriale verrebbero considerati imperfezioni qui diventano parte del fascino del progetto: lavorazioni visibili, saldature grossolane, componenti essenziali e un’impostazione che privilegia la funzione rispetto alla forma, per esempio rendendo possibile sganciare i fari anteriori per portarseli dietro e usarli come torcia. È l’espressione di una filosofia costruttiva opposta a quella dell’industria moderna, che però non trascura l'innovazione e la genialità del pensiero dietro all'oggetto.
Il telaio è realizzato in alluminio e integra al suo interno sia il serbatoio del carburante da circa cinque litri sia la scatola filtro dell’aria, riducendo peso e ingombri. Il motore è un monocilindrico quattro tempi da 229 cc raffreddato ad aria con distribuzione ad aste e bilancieri, prodotto dal costruttore cinese Zongshen, quindi la potenza è appena modesta, circa solo 12 cavalli distribuiti tutti in basso per privilegiare coppia e facilità di utilizzo. Le sospensioni posteriori (al plurale, sono due accoppiate) utilizzano un sistema cantilever che agisce su ammortizzatori a gas derivati addirittura dal mondo della mountain bike da downhill. Il peso supera di poco i 90 kg in ordine di marcia per una moto che delle prestazioni, semplicemente, se ne frega.
I numeri raccontano bene la filosofia della Multiuso, valori che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca motociclistica. Con masse così contenute la moto diventa estremamente maneggevole e intuitiva, soprattutto quando il terreno si fa irregolare Una soluzione inconsueta nel motociclismo ma perfettamente coerente con l’obiettivo di contenere peso e complessità tecnica.

È iconica perchè è una moto che se ne frega
Alla versione originaria 230 si è affiancata nel tempo anche una variante 125, pensata per ampliare il pubblico e renderla guidabile con patente B. Questa mantiene la stessa filosofia progettuale ma adotta un motore più piccolo, con una potenza attorno ai nove cavalli. Nel corso degli anni sono arrivate anche evoluzioni in tiratura estremamente limitata come la Multiuso 230 R, che introduce affinamenti nella ciclistica e nella qualità costruttiva, ma nel complesso è sempre rimasta una moto costruita artigianalmente, lontana dalla logica delle grandi produzioni industriali.
E per la sua natura di moto radicale, divide il pubblico. Alcuni la trovano geniale, altri la considerano semplicemente troppo brutta e spartana. Ma è proprio questa capacità di generare reazioni opposte a dimostrare quanto sia un oggetto autentico e nato da un puro schizzo di creatività. Il suo prezzo, relativamente elevato rispetto alla cilindrata, riflette il carattere artigianale della produzione e quindi la limitata diffusione della moto, che è una rarità da vedere su strada.
Nel grande racconto del motociclismo la Borile Multiuso rimarrà probabilmente una nota a margine, ma è anche una perla che per sua natura è dedicata a pochi e se lo può permettere proprio perchè lontana da tutte le logiche che dominano il mondo dell'industria a due ruote. In un periodo in cui le moto tendono a somigliarsi sempre di più, la Multiuso rappresenta un raro esempio di creatività e d estro, quasi arte se vogliamo osare, e si merita la sua dimensione di instant classic con un posto speciale nel cuore di quelli appassionati di moto fuori dal coro.


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