Rewind, Bimota 500 V Due: una GP mancata

Rewind, Bimota 500 V Due: una GP mancata

Era nata come moto da corsa, ma non ha mai visto la pista, per questo è diventata una delle ultime 2 tempi stradali della storia. Una moto tanto particolare quanto problematica, che abbiamo provato nel 1997

Non si può rimanere affascinati quando si incappa nelle immagini della Bimota 500 Vdue, perchè rappresenta l'ultimo esempio di un motociclismo che non c'è più fatto di miscela con olio ricinato, sound da moto da gran premio e prestazioni entusiasmanti senza freno motore. La V-Due nata nel 1993 è l'ultima 2 Tempi prodotta in serie, ed era nata dal desiderio di Bimota di correre nel Motomondiale classe 500 con una moto sua e un motore costruito in casa. Purtroppo gli investimenti non bastarono e l'idea venne abbandonata a metà strada, riconvertendo il progetto in mezzo stradale, omologato e decisamente esclusivo. E' la race-replica di una moto che non ha mai corso.

Due caratteristiche: sofisticata e inaffidabile

Il progetto racing Tesi-Vdue da corsa venne convertito in moto stradale depotenziando parecchio il motore e rendendolo più consono a una moto di serie, fallendo però nell'intento di renderlo più affidabile. La moto, come tutte le 2T da competizione, aveva bisogno di una manutenzione assidua a intervalli orari molto ridotti ed erano molto frequenti i grippaggi e le perdite d'olio. Il motore di per sè era innovativo, con una disposizione a V di 90° ruotato rispetto alla normale disposizione, con entrambi i cilindri che puntano in avanti, uno in su e uno in giù. Questa scelta tecnica era volta a ridurre al massimo l'interasse del mezzo, che di fatti è cortissimo quasi come un 125. 

Anche tutto il resto è volto alla pura performance: il telaio da corsa è stato sostituito da una versione più stradale, ma come le moto da corsa non esiste il telaietto, sostituito da una monoscocca di carbonio che supporta la parte posteriore del serbatoio, la sella e il codino. La parte cava sotto la coda è colmata dalla linea di scarico, lunghissima, che fa un giro mai visto prima su una moto di serie. Lo scarico lungo serviva anche a ridurre al minimo i buchi di erogazione ma la moto di serie soffriva comunque di una curva di potenza irregolare.

Un gioiello di tecnologia diventato Cult

Il motore era il fiore all'occhiello, ma renderlo civile non è stato facile e la potenza non era certo quella di una 500 da GP: 110 CV a 9000 g/min è la potenza massima della prima versione, con una coppia di circa 90 Nm a 8.000 g/min, un risultato in linea con molte delle 750 sportive degli anni '90 ma avvantaggiato dal peso piuma che solo un 2 tempi può avere: 164 kg a secco. La ciclistica era - come ci si poteva aspettare - tutta italiana e al top della componentistica dell'epoca, mentre l'iniezione era elettronica e causava non pochi problemi di carburazione.

La fortuna della Vdue fu di essere una moto così particolare e dal gusto racing che creò un vero e proprio culto da parte di appassionati che fondarono subito club e incontri, anche se ne vennero prodotte davvero poche: 150 esemplari per la prima serie del 1993, poi evoluta nella versione Trofeo (non omologabile e con molti problemi di affidabilità risolti) con soli 26 esemplari. Nel 2001 la Bimota fallì, ma un privato acquistò la licenza di produzione della moto e fece una riconversione dei motori a carburatori, facendo nascere le versioni Evoluzione, Evoluzione Corsa e Edizione Finale, per un totale di 164 esemplari, riconoscibili per lo scarico sottocodone.

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