Secondo Tony Blair serve un altro approccio verso il cambiamento climatico

L'ex-premier britannico lancia l'allarme attraverso il suo Istituto: eliminare i combustibili fossili è impossibile e limitare i consumi non basta

Secondo Tony Blair serve un altro approccio verso il cambiamento climatico

Alessandro VaiAlessandro Vai

Pubblicato il 7 maggio 2025, 16:35

L'approccio attuale al cambiamento climatico non funziona” con queste parole l'ex-premier del Regno Unito Tony Blair ha gettato scompiglio nel mondo politico progressista britannico e non solo. Questa frase, peraltro, è solo una piccola parte della premessa dello studio 'The climate paradox: why we need to reset action on climate change' pubblicato proprio dal Tony Blair Institute for Global Change, l'organizzazione senza scopo di lucro fondata da Sir Blair. Lo studio sostiene tesi piuttosto nette: “Le persone sanno che l'attuale stato del dibattito sul cambiamento climatico è permeato di irrazionalità".

Di conseguenza, sebbene la maggior parte delle persone accetti che il cambiamento climatico derivi dall'attività umana, non crede nelle le soluzioni proposte” e così “nei paesi sviluppati, i cittadini si sentono chiamati a fare sacrifici finanziari e cambiamenti nel loro stile di vita, pur sapendo che il loro impatto sulle emissioni globali è minimo”. Già nel recente passato Blair aveva sottolineato che anche se la Gran Bretagna portasse a zero le sue emissioni di anidride carbonica, la riduzione varrebbe solo il 2% del totale di CO2 creata globalmente ogni anno, visto che per due terzi i responsabili sono la Cina, l’India e il sudest asiatico.

I PAESI IN VIA DI SVILUPPO

A questo proposito lo studio afferma che in futuro le principali fonti di inquinamento proverranno principalmente dai paesi in via di sviluppo tuttavia “in questi paesi c'è un risentimento forte quando viene detto loro che gli investimenti per l'energia necessaria al loro sviluppo non sono disponibili perché non è 'verde'. Credono di avere il diritto di svilupparsi e che coloro che si sono sviluppati utilizzando combustibili fossili non abbiano il diritto di scegliere al posto loro”.
Rispetto a questo scenario, secondo lo studio, l'Accordo di Parigi del 2015 non è più attuale: sebbene all'inizio sembrasse annunciare una nuova era, a quello slancio è seguita - esacerbata da shock esterni come il Covid e la guerra in Ucraina - una reazione negativa che minaccia di far deragliare l'intero programma.

I FLUSSI FINANZIARI

Sono stati compiuti enormi passi avanti nelle energie rinnovabili, nell'efficienza energetica e nella mobilità elettrica ma, nonostante questo, negli ultimi quindici anni la produzione e la domanda di combustibili fossili sono aumentate e cresceranno ancora fino al 2030. Escludendo petrolio e gas, nel 2024 la Cina ha avviato la costruzione di centrali per 95 gigawatt di energia a carbone, una quantità che quasi pareggia quella europea; nel frattempo l'India ha raggiunto il miliardo di tonnellate di produzione di carbone in un solo anno. In tutto ciò “i flussi finanziari per le energie rinnovabili nei paesi in via di sviluppo sono diminuiti negli ultimi anni e quindi qualsiasi strategia basata sull'eliminazione dei combustibili fossili o sulla limitazione dei consumi è destinata a fallire”.

Secondo lo studio la soluzione è porre la cattura della CO2, attualmente non commercialmente sostenibile, al centro della battaglia e farlo principalmente attraverso la riforestazione.

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