30 anni fa la Bimota V Due: una 2 tempi in bilico fra genialità e follia

Un progetto unico mosso dalla passione, che ha quasi mandato piedi all'aria una intera azienda. Dal fallimento commerciale alla leggenda, quest'anno celebriamo i 3 decenni della V Due
30 anni fa la Bimota V Due: una 2 tempi in bilico fra genialità e follia

Michele LallaiMichele Lallai

Pubblicato il 10 maggio 2026, 16:21

Nel 1996, mentre il motociclismo europeo si preparava ad archiviare definitivamente l’epoca dei due tempi ad alte prestazioni, un costruttore artigianale romagnolo decise di tentare ciò che nessun altro aveva avuto il coraggio di fare: progettare da zero una supersportiva stradale da 500 cc con motore bicilindrico 2 tempi e iniezione elettronica, con il plus che non si sarebbe trattato di una concept bike, ma una moto destinata alla produzione. Nacque così la Bimota V Due, uno dei progetti più audaci e controversi della storia del motociclismo moderno. A trent’anni dalla sua presentazione, la V Due ancora se ne parla fra amici al bar, e questo la dice lunga sulla leggenda che questo modello ha portato in vita.

 

 

La Bimota più unica di sempre

Il suo nome, “V Due”, allude al bicilindrico a V di 90° progettato interamente in casa, un fatto senza precedenti per Bimota. Fino ad allora, infatti, la casa di Rimini aveva costruito la propria reputazione realizzando telai e ciclistiche raffinatissime attorno a motori forniti da costruttori come Ducati, Yamaha, Suzuki e Honda. 

Questo propulsore era un concentrato di soluzioni derivate direttamente dalle competizioni (ne abbiamo parlato approfonditamente nel nostro Rewind). La potenza dichiarata superava di poco i 100 CV a circa 9.000 giri, mentre il peso a secco si fermava intorno ai 176 Kg. Numeri che, alla metà degli anni Novanta, collocavano la V Due ai piani alti del rapporto peso-potenza tra le moto omologate per uso stradale.

Ma la vera rivoluzione vera era l’adozione di un sistema di iniezione elettronica diretta, sviluppato per risolvere il principale limite del due tempi: consumi elevati ed emissioni inquinanti. L’idea era semplice: se il 2 tempi poteva essere reso pulito e gestibile elettronicamente, avrebbe potuto sopravvivere all’avanzata dei 4 tempi anche sulle moto sportive di serie. In teoria, il progetto anticipava di anni concetti che sarebbero stati studiati successivamente da grandi gruppi industriali.

 

 

Nella realtà, le cose non furono così semplici

In pratica, la tecnologia si rivelò troppo complessa per il livello di sviluppo raggiunto all’epoca. Le prime moto consegnate ai clienti mostrarono un comportamento imprevedibile: erogazione brusca, carburazione instabile, frequenti problemi di tenuta dei paraoli e, nei casi più gravi, grippaggi e rotture meccaniche. La promessa di una 500 GP targata si trasformò in un mezzo fallimento industriale.

Bimota si trovò costretta a richiamare numerosi esemplari e a sostenere costi di adeguamento e assistenza enormi per una realtà di dimensioni artigianali. Per salvare il progetto, venne presa una decisione tanto pragmatica quanto simbolica: abbandonare l’iniezione elettronica e sostituirla con tradizionali carburatori. Nacquero così le versioni Corsa, Evoluzione ed Edizione Finale, finalmente più affidabili e godibili, ma inevitabilmente private di quella componente futuristica che aveva reso la V Due un manifesto tecnologico al momento del lancio.

 

 

Una Bimota vera

Il resto della moto era pura scuola Bimota. Il telaio in alluminio, le carene in fibra di carbonio, il cambio estraibile, la frizione a secco, le sospensioni di alto livello e l’impianto frenante Brembo contribuivano a creare una motocicletta che sembrava più una macchina da corsa omologata che un prodotto con la targa e le frecce. 

Alla guida, la V Due offriva sensazioni irripetibili. L’assenza quasi totale di freno motore, la leggerezza estrema e l’esplosione di potenza tipica del due tempi restituivano un’esperienza di guida brutale e coinvolgente. Il suono metallico e acuto del bicilindrico evocava direttamente le Grand Prix motorcycle racing degli anni '90, quando le 500 due tempi dominavano il Motomondiale e piloti come Mick Doohan e Kevin Schwantz facevano i pazzi nella massima serie.

Dal punto di vista commerciale, la V Due fu un insuccesso vero e proprio e contribuì in modo significativo alla crisi finanziaria di Bimota. Dal punto di vista storico, invece, rappresenta uno dei più straordinari esempi di libertà progettuale mai espressi da un costruttore motociclistico. Nessuna analisi di mercato avrebbe consigliato di investire risorse enormi per salvare un motore due tempi nel momento esatto in cui il mondo stava andando in direzione opposta, eppure Bimota lo fece, con enorme passione.

 

 

30 anni e l'ingresso nella storia

Oggi la V Due è considerata una delle moto più importanti e desiderabili della produzione italiana contemporanea. Gli esemplari meglio conservati e le versioni Evoluzione sono oggetto di culto tra collezionisti e appassionati, con quotazioni che riflettono non soltanto la rarità del modello, ma soprattutto il suo valore simbolico.

A trent’anni dalla sua presentazione, la Bimota V Due continua a raccontare una storia che va oltre il semplice esercizio tecnico. È la testimonianza di un’epoca in cui una piccola azienda italiana poteva ancora - con enorme passione e un pizzico di follia - sfidare le convenzioni e inseguire un’idea apparentemente impossibile. Un progetto che fallì sul piano industriale, ma che anche per questo è diventato immortale. Una moto che rimarrà per sempre in bilico fra genialità e follia.

 

 

 

 

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