L’epopea delle moto italiane tra innovazione e mito

Antonio Vitillo
Pubblicato il 30 gennaio 2026, 15:28
Freni a tamburo, ma raffreddati
Di tutt’altro spirito era la MV Agusta 750 Sport del 1974, una moto costosa e prodotta in serie limitata, voluta dal conte Agusta come manifesto dell’eccellenza tecnica e stilistica italiana. Dotata di trasmissione finale cardanica, rappresentava una raffinata interpretazione stradale della tradizione sportiva MV, anche se lontana dalle moto da competizione che avevano dominato il Motomondiale.
Più accessibile era la Laverda 750 SF, acronimo di “Super Freni”, celebre per l’impianto frenante a tamburo raffreddato. Bicilindrica potente e robusta, capace di circa 60 cavalli e velocità prossime ai 190 km/h, fu tra le moto italiane più apprezzate dei primi anni Settanta. Dalla SF derivò la SFC, versione destinata alle competizioni, oggi tra le Laverda più ricercate dai collezionisti.

Dalla Moto Morini 3½ al presente: la tradizione che ritorna
Grande successo riscosse anche la Moto Morini 3½, presentata nel 1973 e declinata, nel B nella celebre versione Sport. Bicilindrica a V, cambio a sei marce, divenne rapidamente un modello di culto tra i giovani motociclisti, anche grazie alle normative dell’epoca, che restringevano l’accesso alle cilindrate superiori ai 350 centimetri cubici dai 21 anni in poi.
A distanza di oltre mezzo secolo, la 3½ è tornata sul mercato in una veste contemporanea che aggiorna linee e contenuti tecnici, ma conserva l’identità formale e lo spirito dell’originale. Un segnale di come il patrimonio industriale della moto italiana non sia soltanto un ricordo, ma una materia viva, capace ancora di dialogare con il presente.
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