Professione telaista, Massimo Pierobon: "Con '4 misure' facemmo il telaio della 851. Altri tempi"

Professione telaista, Massimo Pierobon: "Con '4 misure' facemmo il telaio della 851. Altri tempi"

"Oggi è cambiato tutto. Ci sono più protocolli, bisogna essere chirurgici e rispondere a specifiche richieste". Il telaista è un mestiere per pochi. Sono richieste manualità sopraffina e mente visionaria. Ce l’ha spiegato un luminare sull’argomento

Visto da fuori sembra un capannone qualunque. Eppure nel suo regno, Massimo Pierobon realizza dei veri e propri gioielli d’ingegneria. Dentro è tutto più o meno normale, come ci si aspetterebbe da una classica officina. 200 metri quadri, soffitti alti, attrezzi di ogni genere sparsi qua e là. Disordine per i profani, ordine per chi lavora. Poi però si fa caso ai telai a traliccio appesi al muro, alle foto che ritraggono Massimo e il papà (il compianto Riccardo) assieme a gente che ha scritto la storia del motociclismo, alle stampanti 3D che ronzano e producono e…a un paio di moto che somigliano più a delle superbike scappate dal mondiale, che a delle moto di serie. Sono le sue moto, quelle marchiate Pierobon.

Family business

È dal 1952 che Massimo e suo padre Riccardo portano avanti con fierezza questa attività. Una bottega di artigiani nel cuore della Motor Valley, a Borgo Panigale, a poche centinaia di metri dalla Ducati. Cosa fanno? Telai per moto da corsa, principalmente, ma non solo. Serbatoi, telaietti, forcelloni, cavalletti…fatevi un giro sul loro sito, se vi va. Nel frattempo incontriamo Massimo, attuale titolare dell’azienda. Massimo ha quell’entusiasmo contagioso, tipico di chi non è mai veramente cresciuto perché, fondamentalmente, adora quello che fa. Davanti alla sua officina non c’è parcheggiata una Porsche Cayenne o un’Audi RS6 ma un Fiat Ducato: gran parte di quello che guadagna, Massimo, lo reinveste nell’attività. Nuovi macchinari, tecnologie innovative… solo così si arriva all’eccellenza. Che, per Massimo, è l’unico risultato possibile al giorno d’oggi, se si vuole mantenere un’attività come la sua.

“È quasi 70 anni che lavoriamo: credo che il nostro segreto sia che abbiamo saputo adattarci. A Bologna c’erano tantissime aziende che facevano moto e tantissime altre che lavoravano come fornitori di queste aziende. Tutti facevano telai in tubi ma la maggior parte oggi han chiuso. Chi è stato un po’ sveglio si è allineato, da fornitore di certe parti è diventato fornitore di altre. Per esempio oggi si usano molto i telai in fusione, non più a traliccio. Il telaio in fusione ha un vantaggio: può essere gestito molto più velocemente dalla Casa madre. Con i tubi, sai… c’è un lavoro incredibile, con dei margini molto ridotti. E non parlo solo dei soldi, ma anche del margine d’errore: basta un granello di troppo nella saldatura e il telaio è da buttare. Ecco perché la fusione in conchiglia si è sviluppata molto, come tecnologia. Guarda la Panigale V4, il nuovo Monster… Non è che sia peggio, è semplicemente un altro modo di concepire la moto”.

IERI E OGGI; COM'è CAMBIATO IL LAVORO

È un fiume in piena, Massimo. Mentre mi spiega le lavorazioni necessarie a costruire un telaio, gesticola con le mani e sorride con gli occhi. Entusiasmo che contagia. Una volta era un lavoro molto diverso. Per farti un esempio, il telaio della Ducati 851 lo fece mio padre nella sua vecchia officina, con Bordi (Massimo, ndr) che guardava nascere la sua creatura. Avevano un motore di legno per fare gli ingombri: con quelle 4 misure è stato fatto il telaio, che tra l’altro è andato avanti per 8 anni! Ma erano altri tempi. La moto nasceva da un tecnigrafo e dalle mani di pochi esperti. E c’era sempre anche quella cosa un po’ astratta, che non saprei bene come definirla… un mix di esperienza e di culo, dai. Ma quello ci vuole anche oggi, no?” Già, decisamente. “Oggi però è cambiato tutto. Non si può più lavorare così. Ci sono più protocolli, bisogna essere chirurgici e rispondere a specifiche richieste”.

"Un modo di lavorare sartoriale, che significa sapersi adattare"

E come si fa? Dimostrando la competenza con i fatti, naturalmente. E su questo Massimo è categorico. La precisione è fondamentale, ma non solo. A una grande azienda, come può essere appunto Ducati, bisogna garantire la ripetibilità della qualità. Un lavoro artigianale ma comunque privo di imperfezioni. “Quando con i miei ragazzi ci mettiamo a fare un lavoro, partiamo subito forte. Che si tratti di un telaio, un serbatoio o anche un semplice (si fa per dire) cavalletto, e credo che sia questo a fare la differenza. Un modo di lavorare sartoriale, che di fatto significa sapersi adattare alle esigenze dell’azienda”.

Ok, tutto chiaro, ma proviamo ad andare più sul tecnico. Da dove si parte per progettare un nuovo telaio?

“Tieni conto che per le aziende ormai non lavoriamo quasi più così. Ci arrivano richieste precise, non abbiamo margine d’improvvisazione. Quando invece lavoriamo per i privati… beh, parte tutto dalla mia testa. Ho delle intuizioni: io immagino dove voglio arrivare. Poi mi confronto con Davide (il disegnatore), mettiamo giù i primi disegni e ci ragioniamo. Cosa si può fare, cosa no… E partiamo da quelli che secondo noi sono i limiti della moto di serie. La posizione del baricentro, l’avancorsa, l’interasse… cerchiamo di migliorare la guidabilità della moto, che ovviamente è un insieme di aspetti, come la trazione in uscita di curva o l’agilità, giusto per dirne un paio”.

"In questo settore impari studiando e provando sul campo"

Un lavoro enorme, come è facile intuire, e che richiede una conoscenza infinita non solo della meccanica ma anche della dinamica del veicolo. Sapere come le vibrazioni del telaio contribuiscono al consumo degli pneumatici, quanto influisce la rigidità del forcellone sulla guida e addirittura quanto contano le coppie di serraggio dei singoli bulloni. Un bagaglio di conoscenza che, in fin dei conti, è la ricchezza di un’azienda come Pierobon.

Un’ultima domanda per Massimo: cosa serve oggi per intraprendere una carriera del genere?

“La mia passione per questo mestiere è nata perché da piccolo mio padre non c’era mai e l’unico modo che avevo per vederlo era venire qua in officina. Io a 12 anni avevo una smerigliatrice in mano, e prima ancora ho imparato a usar la lima. In questo lavoro non si può pretendere di far le cose di fretta. Serve tempo, dedizione, bisogna essere disposti a sacrificare tantissime ore per imparare. Non c’è un’altra strada, purtroppo. Dico purtroppo perché i ragazzi, oggi, sono abituati ad avere tutto subito. Ma la conoscenza vera in questo ambito ce l’hai solo studiando e allo stesso tempo provando sul campo. Perché puoi avere la miglior Laurea di questo mondo, ma per sapere quanto fa male una martellata, devi dartela sul pollice! Per quanto la tecnologia possa progredire, ci sono conoscenze che non potranno mai essere inserite in un computer. Sfumature, parametri che solamente lavorando sul campo si possono apprendere. Io ad esempio ho annotato tutti i miei piccoli segreti in un libro. Lo tengo nascosto come la formula della Coca Cola nella cassaforte di Atlanta!”.

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