Omoway Omo X: riflessioni sulla moto che si guida da sola

Antonio Vitillo
Pubblicato il 20 marzo 2026, 14:28
Non scooter né moto
A metà tra scooter e moto, con un design futuristico che richiama più un moderno dispositivo tecnologico che un motoveicolo tradizionale, benché sia stato pensato per la mobilità urbana, l’Omo X si compone di una struttura modulare capace di adattarsi a diverse configurazioni, cioè quella urbana, extraurbana e gran turistica.
Dice di raggiungere 110 km/h, di essere in grado di coprire 200 km con l'autonomia, la sua originalità si fonda su un sistema specifico, un tipo di piattaforma intelligente chiamata “Halo”. Che integra una serie di funzioni avanzate: auto-bilanciamento a bassa velocità, cruise control adattivo, sensori e telecamere a 360°, sistemi di prevenzione delle collisioni e frenata assistita. A tutto questo si aggiungono caratteristiche come il parcheggio automatico e la possibilità di richiamare il mezzo tramite smartphone.
L’obiettivo dell’Omo X è evidente: semplificare così tanto la guida da abbattere le barriere psicologiche di chi voglia iniziare a guidare una moto, rendendola accessibile anche a chi non abbia esperienza.

Dalla stabilità meccanica all’intelligenza artificiale
L’idea di una moto che non cada non è nuova. Già oltre dieci anni fa Lit Motors presentò il progetto C1, un veicolo a due ruote chiuso – simile, non solo nel nome, al C1 di BMW – dotato di giroscopi in grado di mantenerlo in equilibrio, anche da fermo.
La differenza sostanziale sta nei limiti che proponeva quel sistema, il quale interveniva solo sul piano fisico, principalmente garantendo stabilità, in movimento come da fermi. L’Omo X aggiunge invece un livello ulteriore, introducendo una componente di autonomia decisionale, basata su sensori e algoritmi. Non si limita a restare in piedi: interpreta l’ambiente e reagisce opportunamente. Rappresenta, per una moto, il passaggio che mancava fra “non cadere” e pensare, anche se in parte, a cosa fare.

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