Esistono ancora i motociclisti che non vogliono l’ABS?

Anacronistici e un po' arroganti, esistono ancora degli appassionati che non guidano moto con ABS perché pensano peggiori il piacere di guida e renda la guida troppo facile
Esistono ancora i motociclisti che non vogliono l’ABS?

Michele LallaiMichele Lallai

Pubblicato il 15 gennaio 2026, 14:40

Per molti anni l’ABS sulle moto è stato visto come un’intrusione, un filtro innaturale tra il pilota e la meccanica che sembrava voler sacrificare il piacere di guida e il controllo in nome della sicurezza. Eppure oggi, guardando alle moto moderne e all'efficienza dei sistemi antibloccaggio contemporanei, è legittimo chiedersi se abbia ancora senso parlare di “motociclisti senza ABS” come di una categoria coerente, razionale e davvero consapevole.

Una storia travagliata

I primi esperimenti di ABS sulle moto di serie arrivano alla fine degli anni Ottanta con BMW, in un contesto tecnologico che oggi appare quasi archeologico. Sistemi pesanti, ingombranti, lenti e pensati più per dare una dimostrazione tecnologica più che un vero aiuto alla sicurezza. La modulazione era grossolana, gli spazi di arresto non sempre miglioravano e le sensazioni alla leva erano artificiali e spesso disturbanti anche nella guida rilassata. L’ABS non “lavorava con il pilota” e questo ha creato un iniziale rifiuto da parte degli appassionati con la conferma della (errata) convinzione che se serve l’elettronica, significa che non sei abbastanza bravo.

Per almeno quindici anni questa percezione ha dominato il dibattito. L’ABS era visto come una soluzione per incapaci che non sapevano frenare. Nel frattempo, però, la tecnologia evolveva in silenzio e con sensori più rapidi, centraline più intelligenti, algoritmi capaci di leggere l’angolo di piega e trasferimento di carico, l’ABS è diventato qualcosa di completamente diverso, ovvero un sistema predittivo che lavora in modo continuo, invisibile, quasi impercettibile se non in casi di frenate estreme. Il cornering ABS, in particolare, ha rappresentato una svolta concettuale enorme: non solo impedire il bloccaggio, ma farlo anche in piega tenendo conto del fatto che una moto non frena mai davvero “dritta”.

Parallelamente anche l’uso sportivo e quello fuoristrada hanno smesso di essere territori proibiti per l’ABS. Oggi una sportiva moderna con ABS può frenare più forte, più tardi e più stabilmente di quanto potrebbe fare il 99% dei piloti senza assistenza, soprattutto in condizioni non ideali. E soprattutto può farlo cento volte di seguito, con la stessa precisione, mentre il corpo umano fatica a mantenere la prestazione al massimo sempre.

Nel 2025 ci sono ancora i "detrattori"

Eppure, nonostante tutto questo, esistono ancora molti motociclisti che rivendicano fieramente di non volere l’ABS. Parlano di sensibilità e di controllo sopra la media e sostengono di avere l’ABS nelle dita della mano destra. Qui però il discorso smette di essere tecnico e diventa culturale. Il rifiuto dell’ABS, oggi, non è più giustificato ma è soltanto legato a ciò che l’ABS simboleggia, ovvero una moto che non è più un animale selvaggio da domare. Per molti questo è un tradimento dell’immaginario motociclistico classico, quello fatto di rischio, di coraggio, di meccanica grezza e di una certa idea romantica di pericolo come componente necessario del piacere.

C’è anche un elemento generazionale forte. Chi ha imparato a guidare senza ABS ha costruito la propria identità motociclistica attorno a quell’abilità. Accettare che una macchina possa farlo meglio equivale, emotivamente, ad accettare che una parte di quella identità non sia più centrale. Si tratta di ottusità e in un certo qual modo di arroganza, che non è di certo giustificata nell'epoca dell'elettronica super efficiente. 

È la coda lunga di quello che potremmo chiamare "machismo motociclistico". L’idea di stampo maschilista che il rischio sia una virtù e che la possibilità di farsi male renda l’esperienza più autentica e valorosa anche quando si sta semplicemente godendo della propria passione. È la stessa logica che porta qualcuno a dire che si “muore da eroi”, come se l’eroismo fosse una categoria rilevante in un incidente stradale. È una narrativa decisamente tossica che espone a pericoli in nome di un'ideale che non ha più senso di esistere. 

 

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