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Moto Guzzi: tra storia, innovazione e quel motore V2 che non vide la luce

Nel 1994 Moto Guzzi attraversava uno dei momenti più delicati della sua storia recente. Era appena arrivata sul mercato la Sport 1100, evoluzione della Daytona con motore due valvole raffreddato ad aria, considerata l’erede ideale della Le Mans. Il progetto però risultò troppo costoso e tecnicamente meno competitivo rispetto alle sportive giapponesi e italiane dell’epoca. Nello stesso anno il proprietario Alejandro de Tomaso nominò amministratore delegato Arnolfo Sacchi nel tentativo di invertire la rotta.

Moto Guzzi negli anni ’90: crisi e nuove strategie di rilancio

De Tomaso, imprenditore argentino trasferitosi in Italia negli anni Cinquanta e fondatore dell’omonima casa automobilistica a Modena, aveva progressivamente acquisito marchi come Maserati, Innocenti e Benelli. Quando nel 1972 rilevò Moto Guzzi, Lino Tonti stava sviluppando piccole bicilindriche a V da 350 e 500 cc per attrarre motociclisti più giovani. I prototipi erano promettenti, ma il progetto venne accantonato a favore di motori quattro cilindri in linea destinati soprattutto a Benelli, prodotti fino alla metà degli anni Ottanta.

Per comprendere la portata della crisi occorre però tornare indietro. Fondata nel 1921, Moto Guzzi fu a lungo uno dei riferimenti dell’industria motociclistica italiana. Nel dopoguerra produsse soprattutto monocilindriche leggere come l’Airone 250 quattro tempi e la Motoleggera 65 due tempi. Nel 1949 arrivò l’Astore 500, monocilindrico orizzontale, evolutosi l’anno successivo nella celebre Moto Guzzi Falcone, protagonista del segmento delle “grosse” cilindrate dei primi anni Cinquanta. Dopo l’originale scooter Galletto a ruote alte, la Casa cercò di contrastare la crisi degli anni Sessanta con modelli economici quali Zigolo, Lodola, Stornello e Dingo. L’avvento di utilitarie come Fiat 500 e 600 ridusse drasticamente il mercato delle due ruote, e l’azienda sopravvisse anche grazie alle forniture statali per le forze dell’ordine.

L’evoluzione dei motori V2: dal progetto storico alla VA-10

La Falcone non era più sufficiente. Nel 1963 il Ministero dell’Interno bandì una gara per una motocicletta di grande cilindrata destinata ai servizi statali: elevata velocità massima, affidabilità per 100.000 km senza interventi importanti, manutenzione semplice e impianto elettrico robusto. Giulio Carcano e Umberto Todero avviarono lo sviluppo nel maggio di quell’anno. L’idea decisiva – un bicilindrico a V trasversale di 90° – riprendeva un’intuizione del fondatore Carlo Guzzi: vibrazioni contenute senza contralbero, raffreddamento ad aria efficace e ottima accessibilità meccanica.

Nel 1964 nacque il primo prototipo; poco prima di morire, Carlo Guzzi riuscì a vederlo. La futura Moto Guzzi V7 superò brillantemente i test ufficiali, prevalendo sulla BMW R 69 S, allora riferimento tra le moto della polizia. La produzione iniziò a fine 1966, mentre la versione civile entrò in listino nel 1967 con 703 cc e 40 CV a 5.800 giri/min. Basamento a “tunnel”, alternatore tra i cilindri, distribuzione ad aste e bilancieri, frizione a secco bidisco e trasmissione finale ad albero cardanico: nasceva l’architettura che avrebbe definito l’identità tecnica del marchio.

Nel 1977 arrivò il “piccolo blocco” della V50, completamente nuovo nel basamento con piano di divisione orizzontale, ma fedele allo schema a V di 90° e alle due valvole per cilindro. Cambio a cinque marce e forcellone in alluminio pressofuso completavano l’evoluzione. Con le famiglie “small block” e “big block” Moto Guzzi coprì l’intera gamma per decenni, anche dopo l’acquisizione da parte di Aprilia nel 2000. A Noale nacquero modelli come Breva, Griso e Stelvio; nel 2011 debuttò la Moto Guzzi Norge GT 8V con un nuovo big block profondamente rivisto ma ancora basato sul carter a tunnel.

Tornando al 1994, la situazione era però drammatica: appena 2.900 moto prodotte e perdite per 6 miliardi di lire. L’azienda entrò in amministrazione controllata. Nel reparto marketing e vendite si iniziò a pensare a una gamma completamente nuova, capace di confrontarsi con BMW, Harley-Davidson e, in prospettiva, Ducati. Serviva però un motore inedito, moderno e competitivo anche in Superbike.

Nel 1997 venne definita una nuova famiglia di V2 raffreddati a liquido denominata VA-10. Doveva restare un bicilindrico a V con albero motore longitudinale, nel solco della tradizione, ma si poteva abbandonare il cardano. Furono coinvolti tecnici come Danilo Mojoli, con esperienza nel reparto corse Gilera. L’obiettivo era chiaro: oltre 120 CV alla ruota per competere con la Ducati 916 e con la nascente Aprilia RSV Mille.

Prototipi, sperimentazioni e il futuro del V100

Per ridurre l’ingombro frontale, l’angolo tra i cilindri fu portato da 90° a 75°, compensando con uno sfasamento di 30° dei perni di biella per mantenere un equilibrio dinamico analogo. Eliminato il supporto centrale dell’albero motore, la distanza tra i cilindri scese a 30 mm. Carter a secco per abbassare il baricentro, alesaggio di 100 mm e corsa di 63,6 mm per 1000 cc, con possibilità di crescita a 1200. Testate a quattro valvole con doppio albero a camme in testa, raffreddamento a liquido e distribuzione moderna segnavano una netta rottura con il passato.

La trasmissione prevedeva un cambio separato con alberi trasversali e una primaria a ingranaggi conici; la secondaria era a catena, con pignone sul lato destro. Il primo motore girò al banco nell’estate 1998, raggiungendo 134 CV a 9.700 giri/min dopo oltre 70 ore di funzionamento continuo. Si preparava una prova di durata di 250 ore quando un cambio ai vertici bloccò tutto: il nuovo management giudicò inadatta la configurazione per una sportiva e commissionò uno studio alternativo, il DM-10 con albero trasversale.

Anche quel progetto rimase sulla carta. L’acquisizione da parte di Aprilia congelò definitivamente il VA-10, mentre a Noale l’attenzione era rivolta alla RSV Mille in Superbike. Il prototipo del motore rimase esposto per anni nel centro stile Aprilia. Eppure, molte delle sue soluzioni tecniche sarebbero riemerse oltre vent’anni dopo nel moderno V100, segno che quell’audace visione non era stata vana, ma solo prematura.

Adattamento web di William Toscani

Gira pagina pe scoprire come era fatto il motore Guzzi VA-10