Un salto di Serena sarà la prima immagine che immortaleremo del nostro viaggio in California. Un salto davanti a quel cartello, a dirla tutta nemmeno troppo bello, che ben rappresenta il nostro stato d’animo dopo aver percorso 150km di highway che ci hanno portato al confine tra Oregon e California. Non curanti delle raccomandazioni del boscaiolo, all’ultimo distributore di benzina dell’Oregon, che aveva raccomando prudenza sulla 199, scendiamo giù dalle colline regalandoci qualche bella piega malgrado la moto stracarica.

Sulla costa ritroviamo la 101 e la spiaggia del ‘Del Norte Coast Redwood State park’ fa da sfondo alla nostra seconda foto californiana. Ci fermiamo in un supermercato compriamo qualcosa da mangiare e mentre siamo fuori a sedere su una panchina un gruppo di ciclisti, attratti dalla nostra moto, si ferma a chiacchieare. Mike, un ex dipendente dell’esercito che lavorava in una base in Germania, riconosce la targa europea e ci riempie di domande. Io faccio altrettanto per saper cosa spinge un gruppo tanto eterogeneo di persone a voler percorrere i circa 2000km  della HW101 in bicicletta. Alla fine ci regalano un gelato e un abbraccio segno della complicità che ci lega nel voler viaggiare su due ruote.

Al Lady Bird Johnson Grove incontriamo per la prima volta le sequoie giganti del Redwood National Park. Camminiamo  con rispetto in mezzo ad alberi che hanno visto gli ultimi 2000 anni di storia ma sarà solo un anticipo di ciò che riusciremo a vedere nell’Humboldt Redwood State Park appena 70km più a Sud. Arriviamo in campeggio tardissimo, ma, come ricompensa, i nostri vicini di tenda Bob e Davie ci regalano un paio di birre fresche dopo averci visto scaricare tutta l’attrezzatura dalla moto.

Al mattino ci rendiamo conto di aver dormito in mezzo alle sequoie, tra scoiattoli che scappano in ogni direzione sotto un celo terso. Percorriamo il breve sentiero in cui impariamo come i giganti si riescono a sviluppare solo in determinate condizioni atmosferiche e geologiche. Le loro piccolissime foglie catturano il vapore che sale dall’oceano trasformandolo in gocce che annaffiano continuamente il terreno loro vicino. Capiamo l’importanza degli incendi spontanei che ripuliscono il sottobosco facendo germogliare i semi dei nuovi alberi e lasciando filtrare la luce. Gli alberi possono vivere anche 2000 anni, raggiungere i 95metri di altezza e superare i 9 di diametro. Ma se non fosse stato per l’impegno dei primi ambientalisti del ‘900 avrebbero rischiato di sparire tanto era la richiesta del loro legno per l’edilizia della nascente America. Fortuna volle che il legno non fosse così adatto alle travi delle case ma che venisse sfruttato solo per cancellate, porte e finestre. Ben presto anche l’opinione pubblica si convinse della follia di abbattere questi alberi.  Oggi tutta la zona è parco naturale ed è l’unica al mondo ad ospitarli.

Percorriamo la fantastica Avenue of the  Giants, 45 km di curve e saliscendi immersi nella foresta di sequoie. Qui vivono oltre la metà dei 100 alberi più grandi al mondo. Il confronto con la nostra dimensione è impietoso. Ci fermiamo, li abbracciamo, sappiamo che il loro benessere è anche il nostro. Sentinelle del nostro tempo che hanno visto scorrere gli ultimi due millenni di storia.

San Francisco - Sarà una ripida salita su una collina la prima immagine che ci accompagnerà verso San Francisco. Un vento fortissimo che sposta Africa malgrado il pesante carico e che abbasserà bruscamente la temperatura di 10°C rispetto al caldo pomeridiano dell’autostrada. Poi il primo enorme pilone che apparirà subito dopo il tunnel e le tre corsie in cui le macchine sfrecciano alle 70mph consentite. Ed è proprio in quei momenti in cui ti vedi sopra al ponte che è diventato dall’anno della sua apertura, nel 1936, simbolo di una città che ti chiedi se davvero sei tu a guidare o se stai solo sognando.

Il Golden Gate lo puoi vedere nei film, nelle serie televisive o al telegiornale ma niente di tutto ciò darà l’impressione della maestosità e della grandezza di quest’opera di ingegneria. Insieme al Bay Bridge è l’unico collegamento con la terraferma che porta in città.

Ogni giorno centinaia di migliaia di veicoli vi transitano per e da San Francisco, ed oggi ci siamo anche noi. A sinistra scorgiamo lo skyline di Downtown e l’isola di Alcatraz. Pochi minuti e siamo dentro al Golden Gate Park. Attraversiamo tutta la città subendo i continui stop di decine di semafori. Dormiremo a Berningam dove parenti della famiglia di Serena ci ospiteranno.

Luciano è emigrato qui nel ’49 da Torre del Lago e dopo una vita di duro lavoro ora è attorniato da 5 figli e tanti nipoti. Una delle tante storie di emigrazione europee che hanno contribuito a costruire gli Stati Uniti come li conosciamo oggi. E’ bastata una telefonata per tornare a sentirsi ospiti desiderati, come già accaduto nel nostro viaggio, sfamati da Sandra che ben ricorda le lezioni culinarie da brava figlia di mamma siciliana.

Passiamo due giorni a esplorare la città che sorge su i luoghi che i nativi frequentavano molto prima della scoperta dell’oro del 1848; scoperta che diede il primo impulso alla crescita di tutta la baia. Il treno metropolitano BART ci porta direttamente a Union Square piazza che prende il nome dalle manifestazioni unioniste che si tennero qui durante la guerra di indipendenza e che oggi è sede dei negozi di lusso che passiamo poco curanti.

E’ bello vedere i cable car girati a mano pochi passi più in là; questi particolari mezzi di trasporto devono essere trainati da corde per superare le dure salite sui 50 e più colli su cui sorge San Francisco. Mezzo di trasporto più utilizzato dagli abitanti fino alla nascita dei filobus e alla diffusione di massa della automobili oggi sono una delle attrazioni turistiche più fotografate della città. Automobili che riempiono le strade della città anche in questo Sabato pomeriggio; sfreccianti mustang, vecchie Chevrolet e moderne Tesla sembrano sfidarsi ai semafori cittadini.  Ci perdiamo in Chinatown tra botteghe, pescherie e ristoranti e ci richiama alla realtà il suono di una banda che passa seguita da un corteo funebre. A North Beach entriamo nella City Light Book libreria e casa editrice che contribuì al diffondersi della cultura beat in città grazie al fondatore e poeta Ferlinghetti. Risaliamo il fianco di una delle colline più  ripide della città cercando di catturarne la pendenza con qualche foto. Scendiamo fino al Fisherman’s Wharf dove sembra ormai smarrito lo spirito di città portuale e turisti in cerca del gadget perfetto riempiono i negozi. Il vero spettacolo ce lo offrono i breacker che ballano a ritmo Hip-Hop e funk compiendo acrobazie e raccogliendo applausi e dollari dal pubblico entusiasta. Al pier 39 conosciamo la colonia di leoni marini che ha scelto questo angolo della città per stabilirsi verso la metà degli anni ’80. L’amministrazione cittadina scelse di spostare le barche e costruire nuove chiatte galleggianti per aumentare lo spazio a loro disposizione.

E’ di domenica mattina che scopriamo l’aspetto più profondamente latino della città. A mission i graffiti sulle saracinesche dei garage ricordano le proteste degli anni ’70 delle comunità dell’America del Sud contro le politiche statunitensi in America centrale. La tradizione dei murales è poi continuata grazie alla cultura sub urbana Hip Hop e alle decine di gruppi nati in questa  città.    Predicatori in Spagnolo urlano nei megafoni il richiamo a una delle mille chiese presenti in città. Castro e Haight sono il cuore della San Francisco tollerante, aperta e alternativa. In Hight street tutto vuol ricordare la Summer of love del ’69, dei movimenti pacifisti e della rivoluzione culturale. Per la gioia di Serena vengo risucchiato da Amoeba Music  uno dei più grandi negozi di dischi, CD e DVD che abbia mai visto; per chi è cresciuto come me con il  suono della west Coast in cuffia non basterebbero giorni interi a sfogliare album per riuscire a  trovare l’introvabile.
Malgrado l’efficienze dei mezzi pubblici non resistiamo a lasciare la moto in garage; troppo forte la tentazione di piazzarla sotto il Golden Gate Bridge. Peccato che il ponte giochi a nascondersi dietro la nebbia, come succede per buona parte dell’anno, e pur avendo pazienza di aspettare e cambiare lato la sua vista completa risulterà praticamente impossibile.  Ennesima riprova del microclima che si viene a creare per le correnti fredde dell’oceano che incontrano l’aria calda della baia. Nascono così estati che per molti giorni possono essere più simili al nostro autunno . Non è così passate le colline che circondano la città e non è così nemmeno nella soleggiata Napa Valley: estati secche e caldissime si alternano a inverni piovosi con notti fredde . Se a questo sommiamo il terreno fertile delle colline e la volontà di viticoltori (soprattutto immigrati Europei) di portare la cultura del vino in California ecco che nasce una collezione di vini ormai pluripremiati alle varie competizioni mondiali. I 38 gradi pomeridiani fanno da sfondo al castello in stile toscano ricostruito su queste colline anche se tra macchine di lusso e turisti vestiti tutto punto ci sentiamo poco a nostro agio. Ci rifugiamo nella valle di Sonoma dove le cantine hanno ancora un richiamo alla cultura contadina e gli storici vigneti disegnano curve che sembrano inseguire il profilo della strada. Spostandoci poco più a Sud ci ritroveremo a San Josè dove vi è la più alta concentrazione di aziende High Tech del mondo. Google occupa un intero quartiere che si può girare con biciclette colorate come il famoso logo, mentre nel museo che racconta la storia del computer ripercorriamo l’ultimo secolo di evoluzione della tecnologia che ha cambiato per sempre il nostro modo di vivere. Saranno le ultime immagini della famosa Baia prima di tornare alla natura incontaminata della costa.

Highway California 1:Big Sur - 160km di strada a picco sull’oceano Pacifico tra scogliere, spiagge e elefanti marini. Basterebbe  dire questo per avere un’idea di cosa sia la costa californiana in questo tratto. La più scenica delle strade con vista sull’Oceano che abbiamo seguito in questo viaggio inizia poco dopo Monterey e prende il nome di Cabrillo Highway. Il Bixby Creek Bridge  che ci introduce alla parte più emozionante del percorso ha piloni che scendono a picco a pochi metri dall’acqua prima che una serie di curve ampie ci porti al punto panoramico sulla spiaggia di Little Sur. Le onde si rompono su scogli a centinaia di metri dalla riva e il vento mi rende difficile tenere la moto ferma per far fare qualche scatto a Serena. Fino a Big Sur non un distributore, né un hotel o semplicemente un posto dove fermarsi, ma solo condor che ci volteggiano sulla testa e nebbia che impedisce allo sguardo di vedere l’orizzonte sull’immenso oceano. Scendiamo a Pfeiffer beach un striscia di Sabbia di due km interrotta solo da da colate vulcaniche nere come la pece in cui si sono create finestre dove le onde si rompono schiumose. Osserviamo intere famiglie che faranno giornata in questa spiaggia per noi troppo ventosa e fredda per restare sotto il sole con il costume.  Preferiamo continuare a viaggiare lungo la striscia d’asfalto per vedere nuove insenature dall’alto dei 200 e più metri di scogliera. Ad un tratto la strada scende e spariscono gli alti dirupi; siamo alla fine di questa parte del sogno californiano. Ma c’è ancora tempo per stupirsi; sdraiati sotto il sole pomeridiano gli elefanti marini sembrano essere non curanti delle centinaia di umani che affollano gli spazi creati per ammirarli. Sembravano estinti per colpa dell’uomo che li cacciava nell’800 per il loro prezioso olio. Agli inizi degli anni ’90 alcuni biologi scorsero degli esemplari su questa striscia di sabbia. Oggi, dopo un programma di protezione integrale della zona, questi buffi mammiferi sono tornati a popolare il Pacifico dalla costa del Canada fino a quella del Messico. Prendono il sole, si litigano il posto e alcuni sembrano non trovare pace. Da lì la magia della HW1 sembra svanire; la costa si fa piatta, la strada torna ad essere una larga Freeway che coincide con la ben più trafficata 101. Le acque diventano calme anche grazie alle Channel Islands e a largo si possono avvistare le piattaforme di estrazione del petrolio che deturpano il paesaggio in modo irreversibile. Dormiremo vicino a Santa Barbara in un lussuoso campeggio tanto distante da quello spartano e immerso nella natura di Big Sur.

Foto a cura di Serena Baroncini