Una mattina di fine luglio del 2018, si dirà un giorno, Harley-Davidson ha sganciato gli ormeggi dal sicuro porto del “mare custom” per avventurarsi in acque ignote, profonde e inesplorate. In realtà, certe scelte maturano molto prima, anni, ma in ogni caso è sempre quello dell’annuncio, dell’ufficializzazione, il day1, il momento in cui per tutti un processo ha inizio. E qui più che di processo si può parlare senza mezzi termini di vera e propria rivoluzione.

PERCHÉ, SE SI PRESCINDE DA SPORADICHE DIGRESSIONI, e da un passato nelle competizioni (anche glorioso, ma in effetti “passato remoto”), per tutti, a livello globale, Harley-Davidson è sinonimo di custom. Addirittura può capitare di sentire chiamare Harley, da parte di chi ne capisce meno, anche un mezzo custom di altro produttore. Questo sentiment nei confronti del brand è talmente forte che da anni, ormai, la Casa di Milwaukee figura all'interno della prestigiosa classifica Interbrand dei 100 marchi più prestigiosi al mondo, per l'elevato appeal e per l'immediata identificabilità da parte di appassionati e non.

EPPURE, COME VI ABBIAMO RACCONTATO IERI, i nuovi piani industriali prevedono l’arrivo, oltre che delle già note e più volte annunciate Harley elettriche, anche di una CrossOver adventure-oriented di grossa cilindrata, la Pan America, e di una naked sportiva tipo streetfighter (foto in alto). Ma cosa spinge un marchio leader e dalla riconoscibilità unica in un determinato settore a cambiare pelle e a rivoluzionare così a fondo il suo DNA? Anzi, occorre essere più esatti: non “rivoluzionare” ma "diversificare".

LA RISPOSTA AL QUESITO INFATTI È TUTTA QUI. Diversificazione. Un’esigenza sempre più dettata dalla globalizzazione dei mercati, dalla mutata geografia dei consumi e dalla necessità di colonizzare nuovi mondi, scovare appassionati meno targettizzati. Un’esigenza che non è solo del marchio americano ma anche di realtà diverse, come dimostra l’evidente impegno di un altro brand molto legato ad uno specifico segmento: KTM e il tassello. La Casa austriaca, dopo essersi imposta come leader del settore off-road, appurato quanto il mercato delle stradali fosse ben più ampio, ha avviato una precisa strategia di medio/lungo periodo (che comprende l’impegno sempre crescente nel motomondiale e maggiori investimenti per la realizzazione di nuovi modelli) per acquisire credibilità e un’immagine vincente su asfalto, così da imporsi come top player anche lontano dalle piste del deserto.

OVVIAMENTE, tutti questi processi presuppongono il mantenimento della leadership nel proprio segmento “forte”. Ed è per questo che KTM continuerà a fare di tutto per primeggiare nei rally e Harley, per rimanere sinonimo di custom nel mondo. Perché, com’è che si dice? Nulla si crea, nulla si distrugge… tutto si trasforma.