Il tour completo del Mar Mediterraneo prima delle rivoluzioni, in solitaria, con una BMW R 100 GS     Il 2 giugno del 2010, senza una meta ben precisa in testa, sono partito con la mia BMW R 100 GS del 1988. Sono tornato il 29 di ottobre, dopo aver percorso, in cinque mesi di viaggio in solitaria, più di 23.000 chilometri. Ho compiuto, senza aver pianificato nulla e nella disorganizzazione più totale, il giro completo del Mar Mediterraneo poco prima che si verificassero gli eventi storici che hanno cambiato per sempre il volto dei Paesi del Maghreb e del Medio Oriente. Quando partii avevo con me solo il passaporto. Niente inviti, visti, carnet du passage e patenti internazionali, ma solo una gran voglia di andare, di scoprire e di aria in faccia. Alla fine ho attraversato diciotto Paesi in tre continenti. Ho cercato di raccontare in diretta il mio viaggio attraverso il blog rodaggio.blogspot.it seguito all’inizio solo da amici e conoscenti, ma che con il tempo ha raccolto appassionati lettori che desidero ringraziare con tutto il cuore per l’aiuto, la compagnia e il sostegno che mi hanno dato durante il viaggio. Per questo report ho scelto la forma dell’autointervista. Hai scelto di viaggiare in solitaria, perché? Non è più bello condividere le emozioni con qualcuno? Credo che viaggiare in solitaria sia, in un certo senso, il miglior modo di viaggiare. Perché si ha una predisposizione totale all’apertura con il mondo, verso le realtà nuove e diverse che si incontrano. Quando si viaggia con altre persone, si crea – anche involontariamente – un atteggiamento di comunità chiusa, un senso di riparo, di protezione. Viaggiando da soli si è fortunatamente esposti a ciò che si incontra. In un campeggio vicino a Tunisi, ad esempio, incontrai un gruppo di italiani che erano appena tornati da un mese in fuoristrada nel deserto libico. Passai la serata con loro e i giorni a seguire pensai molto alle sensazioni che mi avevano trasmesso. Il loro era un viaggio fatto di paesaggi, di sensazioni visive, di sabbia, ma anche di situazioni controllabili. Erano una comunità chiusa in gita turistica in terra straniera. A loro mancava un contatto profondo con la realtà in cui stavano vivendo. Io non mi sarei mai permesso di fumare una sigaretta durante il giorno nel periodo di Ramadan, tanto meno di bere alcolici in un luogo dove questo non è consentito… Detto questo, qualche volta, in effetti, mi è capitato di sentirmi solo e più di qualche situazione avrei voluto condividerla con altri, ma sono le naturali conseguenze della scelta di aver intrapreso un viaggio così. Ne ero consapevole perciò non ho avuto particolari difficoltà ad affrontarlo. 12230mof Viaggiare con altre persone è più comodo e sicuro, per affrontare gli imprevisti, le emergenze. Ci sono stati momenti difficili nella tua esperienza (incidenti, rotture meccaniche, incontri pericolosi...). Come ne sei uscito? I timori e le paure che covano in chi intraprende un viaggio del genere, da solo, svaniscono quando quegli stessi imprevisti, emergenze e momenti “pericolosi” diventano occasioni di scoperta, crescita e divertimento. Mi sono ritrovato senza benzina due volte, ad esempio. Una in Marocco e l’altra in Giordania. In entrambi i casi mi sono seduto a bordo strada ad aspettare che qualcuno passasse per chiedere una mano. Cercavo di non agitarmi, ma di godermi il momento pensando che la situazione si sarebbe risolta nel migliore dei modi. E così è sempre stato. Il viaggio è fatto anche di questo, d’imprevisti, complicazioni, problemi da risolvere e lunghe attese, soprattutto alle frontiere quando non possedevo i documenti necessari… Momenti pericolosi in realtà non ce ne sono mai stati, né quando sono caduto in Turchia (e ho rotto il telaio delle borse), né quando mi è capitato di vedermi puntato un fucile contro. È successo due volte: la prima volta è stato nel Kurdistan turco, mi ero perso lungo uno sterrato di notte e un contrabbandiere voleva che me ne andassi dal suo territorio. È finita che mi ha ospitato a casa sua. La seconda è stata quando la polizia kosovara aveva allestito un posto di blocco apposta per me dopo che non mi ero fermato in frontiera. Anche in quel caso è finita a pacche sulle spalle. Fondamentalmente, più viaggiavo e più riconoscevo una determinazione che aumentava lungo la strada. Sapevo che nessun problema era insormontabile se c’era una seria volontà nell’affrontare le difficoltà. Penso a quando ho voluto andare in Algeria dal Marocco. Non avevo né invito, né visto, documenti obbligatori per l’ingresso nel Paese, e che possono essere richiesti e rilasciati solo ed esclusivamente in Italia. Inoltre, le frontiere tra Marocco e Algeria sono chiuse dal 1994 ed è impossibile passare il confine via terra con la moto o con qualsiasi altro mezzo. Tutte cose che, ingenuamente, ho scoperto quando ero già in Marocco. Di fronte a questa prospettiva in cui sembrava non ci fosse soluzione, a dispetto dei consigli e delle opinioni delle persone che avevo incontrato, mi sono invece applicato nel cercare una via d’uscita. Volevo davvero entrare in Algeria. Nonostante la trafila di documenti sia stata dura, fino quasi allo sfinimento, sono riuscito ad ottenere, grazie alla mia professione, un invito dal Ministero delle Cultura algerina e successivamente un visto culturale. Una soluzione laterale, del tutto non programmata. E anche il percorso è stato tutto tranne che lineare… Per entrare in Algeria ho dovuto fare uno strano giro: dal Marocco sono dovuto rientrare in Spagna, fino ad Alicante dove nel Consolato Algerino ho passato giorni a risolvere le complicazioni burocratiche. Sempre da Alicante ho poi preso un traghetto per Oran e sono arrivato in Algeria il primo giorno di Ramadan. Il grande vantaggio del visto che sono riuscito ad ottenere è che mi ha permesso di svincolarmi totalmente dalle guide obbligatorie imposte dalle leggi per il turismo nel Paese, così ho potuto girare l’Algeria in solitaria. Una fortuna che capita a pochi. Il viaggio in moto è un tipo di viaggio diverso da uno per esempio in bicicletta, o in auto, o con i mezzi pubblici? In moto si crea una sintonia tutta particolare con il mezzo. Non è semplice affezione, è come se si imparasse ad ascoltarla. Intendo dire che passando molte ore in sella, con il caldo, i paesaggi che ti riempiono e tanto tempo per pensare, a volte avevo l’impressione che fosse il vecchio boxer a due valvole a “dare il tempo”, a determinare il ritmo dei pensieri che giravano nella mia testa. Altre volte il suono del motore mi suggeriva un ritmo, una canzone. E nella solitudine della strada, guidando felice, con un sorriso stampato sulla faccia, quella canzone che mi suggeriva il motore, io la cantavo a squarciagola e le parole le inventavo al momento. È davvero, nella mia esperienza, come dice Pirsig in “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”: «In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c’è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente». 12230mo6 Tu sei entrato in relazione con molte persone diverse, ma magari il denominatore comune del Mediterraneo permette delle similitudini. Secondo te c’è un carattere diverso per ogni popolo? La culla mediterranea è la stessa per tutti i popoli che ci sono cresciuti, quindi le relazioni ci sono, anche se non sempre così evidenti. In realtà, è stata proprio la curiosità di questa specie di denominatore comune, che mi ha naturalmente spinto verso un viaggio che non avevo programmato. Nel sud della Spagna, ho iniziato a percepire quest’attrazione verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso quella cultura che aveva radicalmente influenzato i territori che stavo attraversando: Granada, Siviglia, Cadice... Se penso al tema delle diversità, in luoghi in cui l’ospite è sacro, mi viene in mente una sorta di paragone culturale sull’accoglienza. In Marocco come in Tunisia, entrambi Paesi in cui è assolutamente facile accedervi, l’ospitalità è quasi automatica, immediata, come se in un certo senso fosse già programmata dall’abitudine dell’accoglienza dello “straniero”. In Algeria invece, come in Libia, Paesi che non sono così abituati ad interagire con lo straniero perché i viaggi in questi Paesi sono controllati e scortati, le relazioni umane con la popolazione locale all’inizio sono all’apparenza spigolose, diffidenti, essenziali, ma dopo pochi minuti si illuminano di una purezza che sembra del tutto mancare nei Paesi più avvezzi al turismo. Avendo la fortuna di non essere condizionato da limiti di tempo, ho avuto la possibilità di fermarmi più a lungo nei luoghi e con le persone con cui stavo bene. Ho scoperto che il viaggio è fatto d’incontri con le persone, più che di bei paesaggi. Ripenso spesso a tutte le volte che ho sbagliato strada e alle persone che ho incontrato proprio grazie a un errore o una casualità. Al fatto fortuito e inaspettato che mi ha fatto conoscere Adham, un ragazzo libico che mi ha ospitato al Cairo; o Camel che nel sud della Tunisia mi ha invitato alla festa dell’Aid (quella che celebra la fine del Ramadan) con la sua famiglia; o alla coppia di israeliani con cui in Giordania ho condiviso una bottiglia di vino guardando dall’alto Gerusalemme illuminata. E questi sono solo alcuni esempi. Lo rifaresti? Tornare sui propri passi sarebbe privo di emozioni? I luoghi e i Paesi che ho attraversato sono cambiati negli ultimi due anni in modo definitivo e radicale. Mi riferisco soprattutto a Libia, Tunisia, Egitto, Siria. Sarebbe interessante tornarci proprio per vedere da vicino queste trasformazioni. Quando arrivai in Libia la prima cosa che mi dissero fu di non nominare mai e per nessun motivo il nome di Gheddafi. Né per parlarne bene, né tanto meno per parlarne male. Ora la situazione è cambiata... Ho risentito spesso alcuni amici incontrati lungo il viaggio e che mi hanno ospitato a casa loro. Per esempio Adham, il ragazzo libico che studiava al Cairo, con l’inizio della guerra in Libia, aveva dovuto trasferire tutta la famiglia in Egitto, al Cairo, città più “tranquilla” rispetto Tripoli. Anche Osama, il ragazzo libico che a Tripoli mi ha aiutato tantissimo, l’ultima volta che l’ho sentito era in Tunisia. Era dovuto scappare da Tripoli e non aveva più alcuna notizia del fratello che stava lottando coi ribelli. Sentire certe notizie da una fonte diretta e non filtrate dai media ha un sapore di realtà completamente differente, uno spessore a volte feroce. Senza abbandonarmi troppo ai ricordi che si innescano ripensando a certe cose, non penso che rifarei lo stesso percorso. Il mio viaggio è stato un percorso che aveva una sua motivazione personale particolare, in quel momento, e che, anche geograficamente, è stato un cerchio che si è chiuso. Adesso ho desideri e curiosità diversi, non solo la voglia di fare un altro viaggio. 12230mol