Sarà capitato a tanti di noi di fare un viaggio con il papà o con il figlio, ognuno con la propria moto o insieme sulla stessa. Meno usuale sicuramente la “gita” che vi proponiamo per aprire questo nuovo spazio di storie in moto   La moto non ha mai rappresentato una passione nella nostra famiglia: quando, raggiunti i sedici anni, comunicai ai miei che avrei voluto acquistarne una, la prima risposta fu un secco «no». Quando però, due anni più tardi, con i miei risparmi riuscii a comprare un’Aprilia Pegaso, la situazione cambiò e mio padre iniziò persino a vantarsi di avere una figlia «centaura». Ma non avrei mai pensato che un giorno mia madre, a 67 anni, sarebbe venuta in sella con me per ottomila chilometri... E invece, così è stato! Tutto è iniziato quando un mio amico danese (conosciuto anni addietro grazie alla comune passione per la moto) ha deciso di venire in vacanza in Italia, naturalmente su due ruote. Claus e la sua ragazza Ann sono stati nostri ospiti a Roma, conquistando la simpatia di mia mamma. L’estate successiva sono arrivate le partecipazioni del loro matrimonio, nella città di Aalborg, e la decisione è stata presto presa: non potevamo rifiutare l’invito, riservato a pochi intimi, e saremmo andate in moto, ufficialmente per non essere da meno della maggior parte degli invitati e, in cuor nostro, perché sapevamo che solo così sarebbe stato un evento indimenticabile. Mia madre, che ha sempre amato viaggiare, si è dedicata al reperimento delle carte stradali e delle guide turistiche e ha suggerito di partire prima per inserire anche la Svezia nel nostro itinerario. Senza nascondere la mia incredulità, colsi al volo la proposta: Scandinavia, arriviamo! La notte prima della partenza è trascorsa insonne. E non per l’emozione, ma nel vano tentativo di stipare tutti i bagagli. Dovevano starci anche la macchina fotografica reflex con i relativi obiettivi, gli abiti e le scarpe da cerimonia e il regalo di nozze: una macchina per il caffè espresso, con cui Claus e Ann avrebbero potuto prepararsi l’amato cappuccino italiano. Un regalo ponderato, ma non troppo: solo togliendo la scatola siamo riuscite a farlo entrare nel bauletto! Con la calura di fine luglio ci è sembrato strano indossare le giacche tecniche Spidi. Ma sapevamo che non si poteva fare diversamente. D’ordinanza anche i guanti e le scarpe: niente sandali, noi siamo motocicliste vere! Finalmente chiudiamo la porta di casa. La nostra Honda CB 500 S si è trasformata: con il bauletto da 52 litri, la borsa da serbatoio e due bisacce morbide laterali ora la piccola bicilindrica sembra un animale da viaggio. Ci sistemiamo in sella. Mia madre era già stata mia passeggera, ma era la prima volta che affrontava un viaggio così impegnativo. E per giunta con un pesante zaino sulle spalle. Come si sarebbe trovata? Sperai per lei che non dovesse pentirsi della sua coraggiosa decisione di partire per un tragitto così lungo. E io? Sarei stata all’altezza della situazione? Non avevo mai varcato le frontiere italiane su due ruote. Avrei potuto guidare da sola per tanto tempo? Né un’auto né una moto d’appoggio: soltanto mia mamma, io e la nostra fida CB. Sentivo una grossa responsabilità. E anche un grosso peso: troppi bagagli! Fatto il giro dell’isolato siamo rientrate a casa e ci siamo «alleggerite» in cinque minuti di tutto il superfluo. Ora sì che è il momento di partire!   12023dmb La prima tappa ci ha portate solo fino a Milano, dopo una sosta a Calenzano, al ristorante dell’ex pilota Leandro Becheroni. Qui Alessandro Gramigni aveva lasciato un casco per noi: già, proprio il campione del mondo della 125! Mi aveva detto che se davvero fossi partita in moto per la Scandinavia mi avrebbe dato uno dei suoi caschi, e ha mantenuto la parola! Anche mia mamma ha cambiato casco dopo i primi 300 chilometri: gli amici del Moto Club Firenze ci hanno dato un Premier da portare ai piedi della Sirenetta in cambio della foto dell’impresa. La nostra prima tappa si conclude con una forte stanchezza dovuta più che altro ai preparativi. Spero di recuperare durante il viaggio e non dico niente a mia madre, che vedo molto tranquilla. Il secondo giorno ci porta ad attraversare la Svizzera. La nostra prima sosta «turistica» sarà Strasburgo: non è proprio sulla rotta di Stoccolma, ma i chilometri non ci spaventano. Passata la frontiera, iniziamo a incontrare numerosi mototuristi di nazionalità perlopiù tedesca. La moto a pieno carico e con passeggera a bordo è pesante e ho bisogno di fermarmi per una sosta almeno ogni 150-200 chilometri: nelle aree di servizio qualcuno ci guarda come se fossimo marziani, gli altri motociclisti ci salutano o si fermano a parlare. Nei giorni a venire sarà sempre più mia mamma ad attaccare discorso, con il suo francese scolastico e con qualche parola d’inglese. In Svezia si infilerà in un gruppo di Hell’s Angels per chiedere dove stessero andando... mentre io rimarrò vicino alla moto, a guardare in trepidazione. In Svizzera incontriamo la prima pioggia. Già verso Lucerna il cielo diventa plumbeo e l’acqua scende torrenziale. Temo per la passeggera: non ha mai viaggiato in moto sotto il diluvio. «Come va? Cerchiamo riparo?» Lei allunga un braccio e fa scivolare via una secchiata d’acqua. «Con queste giacche e con questi pantaloni la pioggia non passa – osserva con lucidità. – Andiamo avanti». Forse proprio in quel momento è iniziato davvero il nostro viaggio. Non una vacanza qualsiasi, ma un’avventura autentica, che non si sarebbe fermata nemmeno davanti al diluvio. L’acqua è stata la nostra compagna quasi ogni giorno, tanto che dopo i primi mille chilometri non ci abbiamo più fatto caso: l’unico fastidio era pulire l’obiettivo della macchina fotografica prima di scattare.   12023dm3   Dopo Strasburgo è passata anche la stanchezza: effetto, forse, dell’adrenalina! Abbiamo puntato sulla gigantesca Amburgo: qui, dopo cena, abbiamo smarrito la strada di ritorno per il nostro hotel, del quale non ricordavamo nemmeno il nome, ma dove avevamo lasciato tutti i nostri averi, e se lo abbiamo ritrovato è stato solo grazie all’intuito di un tassista che abbiamo incontrato davanti a una stazioncina ferroviaria periferica, e che alle tre di notte ha voluto a tutti i costi guidarci a destinazione senza nemmeno essere ricompensato («Mamma e figlia che vengono in moto da Roma... È una storia da raccontare»). Poi c’è stata la splendida Copenhagen e lo sbigottimento davanti al Ponte Oresund, che collega la Danimarca alla Svezia: un miracolo d’ingegneria che inizia con un tunnel adagiato sul fondo del mare lungo circa 5 chilometri. Poi si sale progressivamente sul ponte, con le sue arcate colossali, che permettono il transito anche delle navi transoceaniche. Dopo i primi quattro chilometri su un’isola artificiale, costruita nel mezzo dello stretto, ci aspettano altri otto chilometri di ponte. Attraversiamo questa struttura straordinaria all’alba, dopo una notte insonne per non aver trovato un albergo libero a Copenhagen. Non è consentito sostare sul ponte, ma trasgrediamo consapevolmente, perché lo spettacolo è imperdibile. Osserviamo il sole rosso che nasce davanti all’immensità del Mar Baltico. Al passaggio dei TIR il ponte sobbalza, mentre al piano inferiore transitano i treni, che sferragliano inquietanti. I piloni in cemento armato conficcati nel mare sono alti più di 200 metri e ci sovrastano per altri trenta. Raffiche violente di vento ci impediscono quasi di muoverci. Ci sentiamo piccolissime, ma al contempo partecipi della maestosità della natura e delle opere umane che ci circondano. Con il cuore gonfio di emozioni risaliamo in sella. Anche la nostra Honda CB 500 sembra palpitare, e scalpita verso nuove mete. Ci aspetta ancora Stoccolma e poi il ritorno in Danimarca, ad Aalborg, per il matrimonio del nostro amico, e poi ancora la scoperta dei fantastici colori di Skagen, dove il mare del Nord e il Baltico s’incontrano con fragore nell’azzurro assoluto di un cielo sempre privo di nuvole. E infine il ritorno, le soste a Lubecca, a Brema e sul Lago di Costanza, programmando il prossimo itinerario perché ottomila chilometri in due settimane sono volati. Durante questo viaggio abbiamo capito che non importa dove si arriva: quel che conta è andare, in sella ad una moto, per raggiungere il cuore della gente che s’incontra, entrando veramente nel mondo che si attraversa, e per sentirsi più liberi e più forti. 12023dly