Leggenda vuole che i bobber nascano a partire dalla seconda metà degli anni ’40, quando i militari americani rientrati dal fronte europeo, dove avevano visto le più leggere moto italiane e inglesi, si ritrovarono quelle grosse e pesanti usate in guerra, da cui cominciarono a togliere il superfluo, accorciandone i telai (che venivano “bobbed”, appunto) e tagliandone i parafanghi, che in alcuni casi, soprattutto all’anteriore, venivano eliminati. Per questo ancora oggi con questo termine si identifica una moto essenziale, dalle linee semplici, priva di inutili orpelli, caratterizzata da grossi pneumatici dal disegno del battistrada pronunciato, come quelli usati da mezzi che un tempo dovevano affrontare ogni tipo di strada. Una moto dura e pura; proprio come la protagonista della nostra prova, ulteriormente incattivita dalla colorazione nera opaca, i gommoni con fianco bianco e un enorme manubrio “ape hanger”. DA FERMO Tre sono i tratti distintivi con i quali i designer di Spirit Lake hanno saputo definire questo modello: l’impiego massiccio del nero opaco, “ravvivato” solo dal fregio bianco (tutta roba verniciata, mica sticker appiccicati) che si trova sul fianco del serbatoio e che fa pendant con il fianco dei pneumatici che così appaiono ben più “gonfi” di quanto non siano realmente (la loro misura infatti è nella norma, diciamo così, per una custom). Poi l’eliminazione pressoché assoluta delle cromature, e infine l’impiego di un enorme manubrio, denominato “ape hanger”, che caratterizza inequivocabilmente questo mezzo anche sul piano dinamico. Per il resto si tratta di linee già note, dato che la genesi del mezzo prende vita dalla Vegas standard, a partire da quel fanale triangolare che oramai è il “family feeling” Victory e che nella nostra mente viene ripreso, nella forma, dalle coperture triangolari poste tra le teste dei cilindri. Giusto il parafango anteriore è stato ridotto nelle dimensioni. E già che ci siamo ricordiamo ancora una volta che il propulsore, lo stesso che equipaggia altri modelli, si distingue per la pulizia delle strutture e l’ordine degli elementi che lo compongono. La cura del particolare traspare dallo spesso strato di vernice opaca e ruvida impiegata su parte del motore e soprattutto sul forcellone fino ad arrivare alla puleggia posteriore. Finitura opaca anche per i due scarichi a bottiglia che dispongono di una copertura che limita il rischio di scottature. A questo proposito va puntualizzato che per le foto statiche è stato impiegato un esemplare che montava le marmitte standard, mentre per le foto in movimento abbiamo usato una High Ball che montava un rombante scarico che non fa parte della dotazione standard, ma è stato tradotto dal catalogo accessori Victory, un bel “tomo” di 100 pagine ricco di leccornie a cui difficilmente gli appassionati sapranno resistere, tutto da scaricare o da sfogliare on line, direttamente sul sito sviluppato dall’importatore italiano, la Egimotors di Desio, all’indirizzo www.victorymoto.com. Il prezzo del modello base è 13.390 Euro f.c. 12258oj2 LA GUIDA Il dubbio che inevitabilmente attanaglia fin dal primo sguardo riguarda il feeling che può dare proprio il vistoso manubrio “ape hanger”, che letteralmente viene tradotto con “gancio da scimmia”. In effetti ci si trova “appesi” alle manopole in una posizione che poi si rivela meno innaturale di quanto ci si aspetti, seppur molto coreografica. Certo non si può dire di avere la ruota in mano, né che si possa dare maggiore incidenza in curva spingendo sul manubrio, senza contare che la posizione espone il busto a molta aria, ma una volta fatta l’abitudine con questa impostazione di guida si scopre una moto dalla personalità spiccata. Chiaro che nelle prime curve è necessaria un po’ più di attenzione, perché la sensazione è che la maggiore distanza tra ruota e mani si traduca in sensazioni maggiormente “telefonate”, per usare un gergo calcistico. Mano a mano che si familiarizza con la moto poi si scopre che ad esempio la sella ha un sostegno lombare che aiuta in fase di accelerazione, e anche in velocità, quando si ha un buon punto di appoggio che mitiga i problemi creati dal manubrio. Inoltre, essendo molto bassa, permette di sostenere senza alcun disagio l’importante mole della moto. Allo stesso modo ci si accorge che anche il reparto sospensioni non è di quelli “spaccaschiena” e che anzi riesce, compatibilmente con le limitate possibilità di regolazione, non solo a garantire un buon assorbimento delle asperità stradali, ma pure di assecondare una guida che dovrà necessariamente essere fluida, ma non per questo poco gratificante. Le pedane non strisciano a terra al solo pensare di piegare, anzi, e il propulsore consente accelerazioni che potrebbero lasciare l’amaro in bocca a molti altri customisti, oltre al fatto che gli scarichi aftermarket adottati sul nostro esemplare avevano una tonalità davvero “rombante” con gustosi e coreografici scoppi in rilascio. È chiaro che si tratta di una moto per il diporto a breve raggio ed in questo modo va interpretata. Un lungo viaggio autostradale, vista l’assenza di un riparo e la posizione di guida, diventa più tormento che divertimento, che tra l’altro va affrontato da soli, perché qui mancano la sella e le pedane per il passeggero. Opzioni peraltro possibili rivolgendosi al catalogo accessori Victory. Ben più coinvolgente si rivelerà l’impiego su percorsi misti che permette di guidare mantenendo un sorriso che ben si farà intravedere dal casco rigorosamente jet. Il poderoso bicilindrico, abbondantemente alettato, si trova in una posizione in cui giocoforza, nella marcia cittadina, finisce per rilasciare calore. Infine, considerando il suo carattere esuberante unitamente alle doti ciclistiche, invoglia ad aumentare il ritmo, e si finisce col fare i conti con un posteriore che in frenata non è restio al bloccaggio, complice la difficoltà a modulare la forza sulla grossa leva. Insomma avremmo voluto l’ABS anche qui, almeno optional, come su altre Victory. 12258oj9