Viaggiare non significa solo allontanarsi ma scoprire, e trovarsi d’accordo con quello che guidiamo e quello che ci circonda. Le Langhe e una Triumph classica possono essere mezzo e meta del viaggio perfetto   Il cartello che ci attende all’ingresso del paesello abbarbicato in cima alla collina parla chiaro: Bossolasco, perla delle Langhe. Poche anime, poco rumore e un panorama che si estende oltre la valle sottostante e le colline in fronte, e più in là ancora fino al Monviso. Un verde rigoglioso si staglia prepotentemente da ogni lato, puntellato da vigneti che diventano più frequenti mano a mano che si scende verso valle. Un territorio rigoglioso, ricco di storia e tradizione che ha fatto da teatro alla piacevolissima riscoperta della gamma “Classic” di Triumph. Quattro modelli, distinti più per filosofia che per tecnica, e la certezza di trovarsi nel posto giusto con le compagne giuste. Sì, perché per accordarsi perfettamente con quello che ci circonda non servono cavalli e forza bruta, ma equilibrio e dolcezza. E le moto inglesi ne hanno da vendere. DA FERMO Difficile non è proporre il bello, ma crearlo dal nulla. Non ce ne vogliano i designer Triumph ma il loro lavoro, almeno per quanto riguarda queste moto, è stato facilitato da ciò che è la storia della Casa inglese. La Bonneville e le sue derivazioni non sono semplici riletture del passato (non mancano esempi anche nel mondo delle auto, la Mini e la Cinquecento su tutte) ma somigliano più a una “industrializzazione del restauro”. Sono motociclette che non si limitano a riproporre in chiave moderna strutture e componenti, ma ricreano in chiave antica strutture e componenti moderni. La differenza è abissale: Triumph avrebbe potuto nascondere i corpi farfallati dietro un coperchio di plastica. È stato più difficile e più costoso, invece, creare corpi farfallati che sembrano carburatori o un motore che pare proprio quello di una volta, con le alette di raffreddamento, i carter rotondi e il cilindro più alto del basamento. Così hanno fatto, e ci piace. 12166kda   COME VANNO Scendiamo da Bossolasco alla volta di Dogliani: una lunga e ripida discesa, intervallata da tornanti stretti e non sempre puliti. Il passo è svelto ma i manubri larghi e la posizione di guida eretta delle nostre moto ci rasserena e ci permette di scongiurare ogni reazione inaspettata. Solo la Thruxton soffre un po’ di più: è snella, come le altre, ma vuole essere spinta dentro alle curve. A Dogliani ci aspetta una guida d’eccezione: Mario Sanino, concessionario Triumph di zona e profondo conoscitore dei segreti del territorio. Cavalca spavaldamente una fiammante Tiger Explorer 1200 e sa perfettamente come sfruttarla. I chilometri iniziano a scorrere veloci in un territorio che sa avvicendare vigneti e noccioleti, o prati, senza soluzione di continuità, in prospettive sempre inaspettate. I bicilindrici rispondono morbidissimi a tutte le nostre richieste e non si tirano indietro quando si vuole allungare un po’ il passo. Le Bonneville (standard e SE) insieme alla ricca T100 sono quelle che richiedono meno sforzo per essere capite e che meglio permettono di lasciarsi trasportare. La posizione di guida comoda e rilassata è una perfetta alleata per il turismo a medio raggio. Le differenze fra questi modelli sono limitate all’agilità con la quale si muovono fra le curve, e trovano giustificazione nella scelta dei cerchi, a raggi con l’anteriore di 19” sulla T100 e in lega (di 17”) sulla “base” e sulla SE. Se con questi modelli chiunque può trovarsi immediatamente a proprio agio, a bordo della Thruxton e della Scrambler occorre qualche attenzione in più: la prima ha una posizione più sportiva, caricata sui polsi e con le gambe rannicchiate, mentre la seconda soffre un po’ per il particolare passaggio del collettore di scarico che inibisce il movimento della gamba destra e può infastidire sulle lunghe distanze, anche per il caldo che genera. Nessun comportamento intransigente però: l’accoglienza è amichevole su tutte (anche dove la conformazione del posto guida risulta più obbligata) per merito della sempre ottima accordatura fra serbatoio e sella e di sospensioni che non entusiasmano ma entrano in difficoltà solo sulle asperità più accentuate. La “Bonnie” T100 è la più ostinatamente classica del lotto: oltre alle borse laterali e al cupolino, offerti come optional e montati sul nostro esemplare, le sue belle ruote a raggi e il cerchio anteriore di 19” sembrano proprio mentire sulla modernità del progetto. Alla guida la sensazione è di trovarsi fra le mani un mezzo in cui il sapore antico sfiora solo la forma e tralascia del tutto la sostanza. Complice il grandioso bicilindrico, la guida sulle strade tortuose del nostro test è quanto di più appagante si possa chiedere a una motocicletta. I risultati sono assai concreti: quando si forza il passo la T100 risponde come deve, sia a livello ciclistico che motoristico. I cavalli non sono tanti, un pizzico meno di una settantina, ma si fanno sempre trovare pronti all’appello e, soprattutto, fanno fare strada. Con la T100 (e con le altre moto del gruppo) è inutile andare a cercare le prestazioni nella parte alta del contagiri: più redditizio e più appagante è lasciarsi trascinare dal bel tiro che il bicilindrico assicura dai regimi più bassi fino poco oltre i 5.000 giri. Se ci si spinge oltre, invece, il propulsore inizia a mostrare il proprio disappunto attraverso vibrazioni anche fastidiose. I motociclisti più intransigenti avranno da ridire sull’impianto frenante che richiede strizzate decise: meglio aiutarsi con il motore, lasciare correre la moto all’interno della curva affidandosi ad una tenuta di strada ed una stabilità inaspettate. Il comportamento della Bonneville (e della SE) non si discosta significativamente da quello della T100 anche se, già dai primi metri alla guida, la ruota anteriore di 17” e i cerchi in lega palesano la loro presenza. La discesa in curva è ancora più svelta (così come la velocità nei cambi di direzione) e sotto un abito solo leggermente meno evocativo si nasconde un comportamento ancora più scaltro, redditizio e compiacente. La “Bonnie” si arrampica per le colline con una gentilezza e una velocità impensabili e tocca alle altre cedere il passo. Nel misto stretto la prima ad entrare in crisi è la Thruxton che sovrappone alla sua immagine sportiva una posizione di guida fin troppo innaturale, almeno per gli standard odierni. Il manubrio lontano e le pedane arretrate impongono una seduta molto distesa e la sensazione è quella di trovarsi a governare un avantreno pesante: la guida è maschia, la moto va indirizzata e seguita con decisi spostamenti di peso. Il piacere, se vogliamo, è proprio tutto qui: guidare una Thruxton permette di riappropriarsi di sensazioni dimenticate, o solo immaginate. Nonostante la Scrambler mostri un aspetto ancora più fortemente iconografico, il comportamento su strada non è del tutto differente da quelle delle “sorelle”. La gommatura tuttoterreno non inficia il feeling di guida e, anzi, viene in aiuto quando le condizioni dall’asfalto diventano avverse sopperendo con l’altezza della spalla dei pneumatici i limiti delle sospensioni. Le differenze ciclistiche con la T100 sono limitate all’angolazione del cannotto di sterzo, all’altezza della sella e all’ampiezza del manubrio. Il risultato è una moto a suo agio sull’asfalto, con la quale si può pensare di affrontare facili strade bianche. Il motore è pronto, nonostante il gap di potenza rispetto alle altre, e la velocità di risposta al comando dell’acceleratore è immediata. Non si sente la mancanza di allungo, anche se il motore ha un range più limitato cui fare affidamento. Sui tratti veloci è la Thruxton a prendersi la rivincita e, attenzione, non per la maggiore efficacia che di fatto non c’è, ma per la grande sicurezza che sa trasmettere anche nelle pieghe più accentuate. In questi casi l’assetto sportivo e la felice accordatura fra il cerchio anteriore di 18” e il posteriore di 17” regalano un grande piacere di guida, e il peso dell’avantreno scompare in un colpo di gas. 12166krk