Periodi cupi quelli che viviamo oggi. Carichi di una antipatica angoscia, prima palese ed ora sottile, ma pur sempre presente. La vita quotidiana infastidita da nuove abitudini, attenzioni, divenute ormai familiari. “Mascherina”, “distanziamento”, “lockdown” ed “assembramento” sono termini che fino a pochi mesi fa a pochi - o sarebbe meglio dire a nessuno – balenavano per la testa di pronunciare.
Poi il Covid-19, il coronavirus, la Pandemia e tutto ciò che ne è conseguito. Da marzo al giorno d'oggi. Mesi di numeri, statistiche, la conta degli ammalati e (ahinoi) di chi non ce l'ha fatta...

Con In Moto alla scoperta della Sardegna

FORZA INTERIORE

Periodi cupi, dunque, di chi ha vissuto questa prima parte del 2020 incollato alla TV ad ascoltare i vari bollettini e chi, purtroppo, ha provato sulla propria pelle quel dramma che il virus subdolamente porta con sè.
Ed in momenti come questi, quando il dramma si fa vero, che la mente di ognuno di noi va oltre, spinge ancora di più sull'acceleratore, quasi a difendersi da una sorte beffarda.

Roberto Napolitano è un camionista di 63 anni, di Mortara, in provincia di Pavia. Motociclista da sempre e con la passione per le moto maturata fin dalla giovane età. Lui il dramma del Covid-19 l'ha vissuto, con ricovero in ospedale e la paura che qualcosa stesse per andare storto definitvamente.

TORNARE IN SELLA

E sì che il suo 2020 era iniziato alla grande: una Ducati Monster uscita dal concessionario il 30 gennaio e tanti progetti per la bella stagione in arrivo. Poi l'incubo: coronavirus con polmonite bilaterale diagnosticata, ricovero all'Ospedale di Vigevano.

Non è stato facile all'inizio - racconta Roberto – lo stato d'animo non era dei migliori ed in ospedale non avevo davvero la forza di fare nulla. Non mi hanno intubato ma era dura comunque. Vivevo nell'angoscia di essere impotente per quello che mi stava succedendo”.

In quei momenti a cosa pensavi?

Volevo fuggire da quella situazione. Mi aggrappavo alle cose, ai ricordi, piacevoli: alla famiglia soprattutto, moglie, figli, ai miei parenti...”

Poi qualcosa è cambiato...

– racconta – ad un certo punto ho iniziato a pensare alle moto, alla mia Monster. E lì ho capito che, forse forse... ne stavo venendo fuori. Avevo voglia di tornare a guidare, ho capito che stavo guarendo”.

Quanto tempo sei rimasto in ospedale?

Mi è stato diagnosticato il virus il 5 marzo. Sono stato portato prima all'ospedale di Vigevano, poi, mano mano che la situazione andava migliorando sono stato trasferito presso la struttura del mio paese, Mortara, e lì sono rimasto fino al 25 di aprile quando ormai ero fuori pericolo”.

"LA MOTO? è STATA IL MIO SFOGO"

Possiamo dire che la moto ti ha aiutato a superare il momento difficile?

Assolutamente! Pensa che ogni tanto, quando ero ricoverato, chiedevo a mia moglie di farmi sentire il rombo della moto che le avevo fatto registrare al telefono. Non sono un ragazzino, è vero, ma la moto è sempre stata la mia passione più grande. Il mio sfogo”.

I primi giorni di giugno ero di nuovo in sella. All’inizio mi sentivo un neofita alla guida, tutto sembrava così strano, ma mano mano la situazione è andata migliorando. Il primo giro l'ho fatto da solo, dalle parti del lago Maggiore. Ricordo che avevo paura a fermarmi per una sosta. Salivo in moto indossavo il casco e via da solo”.

E poi?

"Poi la cose sono cambiate. I giri si sono “allungati” verso il mare, i monti...con gli amici del Motoclub. Perché – conclude sorridendo – andare in moto è bello e farlo con gli amici lo è di più”.

...e noi ti auguriamo buona strada, Roberto!