Vito Cicchetti è uno dei pochissimi italiani ad avere conquistato la fiducia dei manager della Honda Motor Co. Ltd e per questo, l’abruzzese cresciuto in America oggi non è soltanto al comando di Honda Motor Europe ma la sua opinione ha una notevole importanza anche ai piani alti, in Giappone. Cicchetti è sempre stato un manager “anomalo”, attaccato alla sua “maglia”, schietto, spesso poco politico, ma sanguigno. Insomma, la persona adatta ad analizzare quello che Honda ha mostrato al Tokyo Motor Show e a EICMA e ad analizzare il futuro del colosso del Sol Levante.

Honda sta presentando modelli in molti segmenti di mercato ma sta anche mostrando tecnologie innovative. Quale direzione avete preso?

«Honda sta sviluppando prodotti adatti a clienti che difficilmente saliranno in sella a una moto o a una moto di nicchia. Per intenderci, chi oggi guida un Super Cub va accompagnato verso le cilindrate maggiori. Noi abbiamo un parco clienti vastissimo, che parte dal basso e ne stiamo tenendo conto per sviluppare una gamma di prodotti adatti a questi clienti, nel mondo. Penso anche che poche altre aziende siano in grado di costruire un’Africa Twin, una moto con cerchio di 21”, nata per fare davvero fuoristrada nel 65% della sua vita ma adatta all’uso su strada. L’equilibrio dell’Africa Twin rispecchia la nostra filosofia, basata sull’equilibrio, che a volte mal si sposa con il “fun” che intendono alcuni clienti ma ben si sposa con ciò che vogliono i nostri clienti, tanti, in tutto il mondo».

Però le moto “fun” servono ad alimentare l’immagine tecnologica dell’azienda.

«Infatti in Giappone hanno capito che se non investiamo nel settore di nicchia, rischiamo di perdere tutti quei clienti che oggi sono felicissimi di possedere una Honda. Tutti clienti che in futuro potrebbero guardare una Ducati o una BMW, piuttosto che una Honda. L’Europa resta un palcoscenico importante. Come dire... se vuoi vedere il film, devi entrare e pagare».

Hai citato la Ducati, l’azienda che sembra seguire una strada opposta alla vostra. Cosa ne pensi?

«La Ducati fa bene quello che sta facendo, perché un’azienda che produce 50.000, 60.000, 70.000 rappresenta una nicchia, che deve costruire moto come la Panigale V4. Hanno anche fatto qualcosa di diverso con la Scrambler, un prodotto riuscito. Alla fine, però, ho notato che sono stati costretti a presentare una 1100 per portare avanti il progetto».

A proposito di supersportive. Quelle di serie hanno superato i 200 CV. Ha senso?

«La ricerca della potenza massima si lega con il mondo delle corse, dove la Honda investe tantissimo, anche troppo, soprattutto in MotoGP. Molti di questi soldi potrebbero essere spesi per realizzare prodotti da vendere. Oggi, a differenza del passato, diverse MotoGP hanno raggiunto un elevato livello prestazionale ed è il pilota a fare la differenza. Per spiegare la mia tesi aggiungo... oggi il mercato delle Supersport 600 è morto, però in passato Honda era leader di quel mercato, sia quando vincevamo i mondiali, sia quando non li vinceva. Le vendite non erano collegate alle vittorie ma al prodotto. E ancora... presentiamo un prodotto nuovo come la Fireblade e mi rendo conto che è commercialmente valido, anche se non abbiamo vinto in Superbike. Pensando al futuro il dilemma è: costruire una supersportiva equilibrata o realizzarne una, magari V4, con 222 CV dal peso di 195 kg? Io, da europeo, rispondo: facciamola esagerata, perché è quello che vuole quel cliente. Però, per esempio, gli inglesi usano la Fireblade su strada, tutti i giorni. In alcuni Paesi c’è ancora la voglia di moto super potenti ma la Honda pensa che questo non sarà il futuro».

Quale sarà il futuro?

«Le moto elettriche, che abbatteranno le barriere tecnologiche, per cui molti costruttori potranno entrare nel mercato, anche avendo meno know-how. “L’elettrificazione” è stata decisa ad alto livello, dai governi e dalle Case auto. La moto, che ha meno voce in capitolo, verrà trascinata in questo sistema. Tutto ciò a mio avviso avverrà in 10, massimo 15 anni. Non molto, se ci pensi».

La Riding Assist-e sembra volere spiegare che in moto si cade più difficilmente. È corretto?

«Nella Honda ci sono due macro livelli di R&D. C’è chi sviluppa tecnologia per la produzione di serie e chi sviluppa tecnologia... punto. Quest’ultimo reparto è lasciato libero di creare e non si interfaccia con chi produce. La Riding Assist-e è stata presentata ma non lo sapeva neppure il mio presidente! Io non so neanche spiegare come funzioni esattamente, perché utilizza hardware e software di Asimo, evoluti per essere applicati alla moto».

Potrebbe diventare un prodotto di serie?

«Difficile dirlo. Io applicherei quella tecnologia su una Gold Wing, magari ibrida, non pensata per curvare più veloce ma per garantire maggiore facilità di gestione a bassa velocità. Bisognerebbe lavorare per ridurre i pesi. Vero è che anche la Yamaha Niken pesa più di una Tracer, quindi... Bisognerà capire se l’utente sarà disposto a spendere di più per acquistare qualcosa che pesa di più. Io considero la tre ruote della Yamaha è un prodotto intelligente».

Honda costruirà una moto con tre ruote?

«Il problema del tre ruote è legato ai brevetti. Il sistema della Piaggio è stato sviluppato su una base nota, nel senso che era stata proposta anche ad altre Case. La Yamaha, sulla Niken, ha sviluppato un sistema diverso. C’è sempre meno spazio per inventare e bisognerà capire come verrà accolta la moto a tre ruote. Nel segmento scooter i tre ruote non hanno avuto una grande crescita, dopo l’entusiasmo iniziale. Per assurdo la tecnologia delle tre ruote potrebbe funzionare di più su una moto, perché potrebbe attirare i clienti che hanno timore di cadere».

Si dice che nella vostra R&D ci sia un motore sovralimentato...

«È vero. Abbiamo costruito un V2 sovralimentato. Io l’ho anche provato ed è meraviglioso. Il progetto c’è ma attualmente è parcheggiato, sia per questione di costi, molto elevati, sia per questione di filosofia, un po’ distante dal nostro modo di concepire la moto. Con l’attuale management non credo si produrrà, però in futuro la situazione potrebbe anche cambiare. Io penso e spero che possa diventare realtà. Non sarebbe una moto da 300 chilometri orari ma rappresenterebbe qualcosa di davvero innovativo, performante e tecnologico».