Quando il cinquantino era un sogno: storia di un motorino e di una generazione

I ragazzi sono cambiati, e oggi a loro non interessa più avere il “motorino”. ai miei tempi, invece, ero disposta a fare qualsiasi cosa per averlo...
Quando il cinquantino era un sogno: storia di un motorino e di una generazione

Laura CattaneoLaura Cattaneo

Pubblicato il 24 novembre 2025, 11:20 (Aggiornato il 5 dic 2025 alle 11:48)

Qualche giorno prima del mio quattordicesimo o quindicesimo compleanno, mi rinchiudevo nella cameretta con la mia migliore amica Laura, provando a immaginare cosa avrei ricevuto in dono di lì a poco. Ricordo benissimo la scena, noi due sdraiate sul letto a dire scemenze, come sempre fin dal nostro primo giorno di amicizia, e a immaginarci già grandi. Io le confesso che sono quasi certa che questo compleanno sarà quello giusto per avere finalmente il motorino. Lo so, me lo sento, perché mio fratello ha fatto una mezza gaffe, e mia sorella chiude la porta del garage ogni volta che io ci passo davanti e la mamma e il papà hanno entrambi quell’aria un po’ sorniona come se stessero nascondendo qualcosa.

Quel sogno di un motorino che mi fece crescere prima del tempo

Con la stessa nitidezza ricordo la delusione di qualche giorno dopo. Ricordo che il regalo fu qualcosa di bello, certamente, ma non eguagliò nemmeno lontanamente l’idea che mi ero fatta dell’unico regalo davvero bello. Il motorino arrivò un anno dopo almeno, e non fu per il compleanno in forma di sorpresa, ma fu il risultato di una lunga battaglia, di una serie di promesse, di qualche ricatto morale, di una sfilza di bei voti e di una promozione senza esami a settembre, conquistata con ore di studio matto e disperatissimo, altro che regalo di compleanno. Ricordo le ore a decidere il modello – volevo assolutamente le marce – e il colore – c’era ben poco da scegliere, o bianco o blu.

Il mio primo Benelli: il sogno, la delusione e la libertà di crescere

E alla fine di quelle ore passate con mio fratello prima e con mio papà poi, la scelta ricadde sul Benelli a tre marce, un oggetto che se lo riguardo adesso sulle pagine del web mi sembra piccolo, bruttino e un po’ sgraziato, ma se ci ripenso con il cuore mi viene quasi da piangere. Con la mia altra amica del cuore, abbiamo scelto con cura l’adesivo da attaccare sul serbatoio, il segno distintivo che raccontava di chi lo guidava più di mille parole. Le ragazze avevano Snoopy, la mia amica Francesca aveva Woodstock e io optai per Garfield, il gatto panzone che si definiva “Fat, lazy, and proud of it”, che era bellissimo e non lo aveva nessuno.

Seduta su quel Benelli ho ricevuto la mia prima dichiarazione d’amore e ho scalato il mio primo Campo dei Fiori di Varese. Sono andata a scuola per tutto il liceo con ogni tempo freddo e caldo, e una volta tornando a casa sotto la pioggia sono scivolata e sono caduta malamente ma per fortuna non mi sono fatta niente. Ho portato passeggeri che non potevo, sacchetti della spesa tra le gambe, zainetti alla moda sulle spalle e un casco sulla testa quando ancora non era obbligatorio, ma era la condizione senza la quale non avrei mai potuto guidarlo. Mi è stato tolto quando ho fatto qualche sciocchezza e mi è stato restituito solo dopo un vero pentimento, e se oggi sono così lo devo anche a lui, a tutte le cose che abbiamo fatto insieme e a quel rapporto un po’ speciale che si crea con certe creature piccole, bruttine e un po’ sgraziate che quando ti conquistano il cuore non te lo mollano più finché campi. Ora che ci penso, non ricordo esattamente il momento in cui ho smesso di guidarlo e che fine abbia fatto, forse è stato quando sono andata a studiare a Milano e lui poverino non mi ha potuto seguire.

Io sono cresciuta, la mia vita è cambiata passando per la Vespa di mio fratello prima e per una moto vera poi.
Oggi che sono passati mille anni e che fra poco è il mio compleanno, il cinquantino non è più il sogno dei ragazzini. I tempi sono cambiati, i 2 tempi inquinano e le assicurazioni costano.

Ma soprattutto, i ragazzi vogliono altro – la microcar, il monopattino o la bici elettrica. La libertà è forse più semplice da ottenere di allora, e le dichiarazioni d’amore si fanno anche online. E il sogno di una quindicenne è altro, chi lo sa, e forse preferisco non saperlo.

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