Fu l’ingegner Massimo Bordi, a metà degli Anni Ottanta, a volerla fortemente. Spiegò ai vertici Ducati (a quel tempo, i Castiglioni)  che serviva un modello rivoluzionario e li convinse a sposare il suo progetto. Con l’aiuto di Luigi Mengoli, costruì un motore innovativo: di base era il classico propulsore a due cilindri ad aria (quello della precedente F1) ma questo, pur mantenendo la fisionomia conosciuta, era equipaggiato con alcune importanti novità. Tra le altre, il raffreddamento ad acqua, l’alimentazione a iniezione elettronica e le nuove teste bialbero a quattro valvole. 

NOVITA’ IMPORTANTI - Inedito il nuovo schema della distribuzione desmodromica bialbero, che oggi è un grande “classico” della Casa di Borgo Panigale. Il motore bicilindrico a quattro tempi da 851 cc, dotato di cambio a 6 marce e frizione multidisco a secco, era fissato su un telaio a traliccio e sprigionava (nelle prime versioni) una potenza di 102 cv a 9000 giri/min. Sui cerchi da 16” era montato un impianto frenante a doppio disco anteriore da 280 mm e a disco posteriore da 245 mm. La ciclistica era completata da una forcella Marzocchi M1-R a steli non rovesciati e da un monoammortizzatore Marzocchi sul posteriore. Il peso a secco era di 185 kg.

ANIMALE DA PISTA - Fu realizzato anche un kit Superbike, specifico per l’utilizzo in pista, che comprendeva i cerchi da 17” in magnesio, pneumatici slick, componenti utili per rendere il motore più potente (120 cv) e un forcellone con capriata di rinforzo. Con questa moto, sviluppata per le corse per derivate di serie e portata a 132 cv di potenza (e 280 km/h di velocità), Raymond Roche fece vincere nel 1990 il primo titolo mondiale Superbike alla Ducati. Il francese si laureò campione grazie a sette vittorie su 26 manche, precedendo in classifica Fabrizio Pirovano su Yamaha e Stephane Mertens su Honda.

Un anno dopo, la 851 fu sostituita sul mercato dalla più potente 888, comunque simile alla sorella “maggiore” sia nel design che nelle caratteristiche tecniche.