Appena qualche giorno fa, la triste notizia della scomparsa di Ivano Beggio, una delle figure più importanti del motociclismo di tutti i tempi. Un imprenditore che, con genio e lungimiranza, è riuscito a portare il marchio Aprilia al vertice della produzione mondiale, inanellando numerosi successi anche in ambito sportivo, complici le imprese di piloti come Reggiani, Rossi, Biaggi e Capirossi. Abbiamo voluto rivivere la sua “epopea” percorrendo le tappe che gli hanno permesso di portare il marchio di Noale al successo, dagli inizi, ai modelli più iconici, fino al declino e alla decisione di vendere l’azienda al Gruppo Piaggio.

IN PRINCIPIO FURONO LE BICICLETTE COL PAPÀ, il Cavaliere Alberto Beggio. Con lui Ivano aveva un rapporto complicato, un confronto che divenne presto serrato quando, nel 1960, Aprilia iniziò la propria avventura nelle due ruote a motore con il modello Sport Uomo. Tra padre e figlio non c’era particolare intesa sulla linea produttiva e le strategie da adottare. Ivano aveva idee innovative e rivolte ai giovani, il tipo di imprenditore lungimirante che guardava al futuro. Papà Beggio, di un’altra generazione, aveva viceversa riferimenti molto più tradizionalisti.

I PRIMI MODELLI "DELL'APRILIA DI IVANO BEGGIO", che nel 1967 prese la guida dell’azienda, furono il Colibrì, il Daniela e il Packi, mentre nel 1970 arrivò la prima moto, la off-road Scarabeo in versione 50 e 125 cc. Il modello della svolta, però, quello che gettò le basi del vero successo del brand fu probabilmente la ST 125 del 1982 col motore Hiro, la prima stradale, caratterizzata da uno scarico particolare, un lungo tubo nero a forma di sigaro.

IN QUEGLI ANNI, RACCONTA CHI CI LAVORAVA, l’Aprilia era un po’ come una famiglia e tutti erano accomunati da una grande passione per le moto e per le competizioni. Ma la vera forza era l’innovazione: quando una moto era finita, pronta per essere venduta, già si lavorava sul modello successivo. Una cosa nient'affatto scontata per quel periodo. E il motore propulsore di tutto questo era Ivano Beggio, animato da vera passione per le due ruote. Voleva persino correre con le moto da cross e meditava di partecipare ad una Parigi-Dakar, impresa abbandonata dopo una brutta caduta in allenamento e, soprattutto, in nome delle sue responsabilità di imprenditore.

VISTO IL SUCCESSO DI VENDITE DEL PRIMO 125 STRADALE CON MOTORE HIRO, Ivano vedeva nel futuro di Aprilia anche un buon monocilindrico 350/500 4 tempi, architettura che a quei tempi iniziava ad affacciarsi sul mercato. Fu anche questa, una delle motivazioni che portò Aprilia ad abbandonare i motori Hiro in favore dei Rotax, azienda capace di fornire propulsori “sciolti” sia a due che a quattro tempi di diverso genere.

LA ST, NEL 1984, LASCIÒ IL POSTO ALLA STX. Aveva la ruota anteriore da 16” ed il miscelatore. Aveva anche uno scarico con la pancia ed il silenziatore che dava più cavalli, ma meno rotondità di funzionamento. Nel 1984 arrivano anche le enduro Etx con il Rotax. Nel 1985 è la volta di As-r e Tuareg sempre con motore Rotax e valvola allo scarico Rave.

LO SVILUPPO DELLE 125 STRADALI CONTINUÒ CON LA SERIE AF1 (le mitiche Project 108, Sintesi, Futura) e la Rs Extrema. Le 125 enduro videro l’evoluzione della Tuareg nella serie Rally e Wind e la nascita della Rx e della Pegaso; ma anche della naked Europa (avveniristica e avanguardista, per il segmento, in grado di sfidare la Honda NSR-F) e della custom Red Rose.

MA FURONO DAVVERO TANTI I MODELLI che dagli anni ‘80 e fin oltre i ‘90 si imposero come protagonisti del mercato: basti pensare alla Aprilia RS 50 del 1997 con il telaio pressofuso in alluminio, una vera chicca per una cilindrata così piccola; per non parlare della RS 125, sopratutto quella con il Rotax 122 (che nel 1995 era ancora a potenza libera): ciclistica da corsa messa su strada. E poi c’era la RS 250, un vero sogno a 2 Tempi che in tanti bramavano realizzare. Un lungo elenco che annovera anche RSV 1000, Caponord e persino quel mirabolante esperimento di arte contemporanea che fu la Motò.

POI, PURTROPPO, IL DECLINO DELL’ERA BEGGIO. Un declino che con la Aprilia aveva poco a che fare, figlio della crisi calata come una mannaia sulle aziende del Veneto a fine anni ‘90. A quel tempo, alcuni imprenditori decisero di investire le proprie risorse per sostenere altre aziende in difficoltà. Fece così Ivano Beggio con la Giacomo Cucine. Una “scelta” che, di fatto, finì col metterlo in ginocchio e da lì a poco, era il 2004, lo portò alla decisione di vendere al Gruppo Piaggio. Un’epopea, quella di Beggio, che ha dato tanto al motociclismo e a cui il motociclismo deve tantissimo. Grazie Ivano!