Aldilà di tutte le parole che si possono dire, o scrivere, o anche semplicemente pensare, circa la morte di Massimo Tamburini, aldilà di tutto questo, voglio rubare un po' di spazio a questo sito per il mio personale, e sentitissimo, “grazie”.

Un “grazie” che, pur facendo questo lavoro da qualche anno, non ho mai avuto occasione di proferire a voce, magari stringendogli la mano. Me ne dispiace enormemente.

E' il “grazie” di me stesso bambino, chino su un foglio a pasticciare le forme di quella che mi sembrava, e forse è ancora, la moto più bella del mondo. Parlo della Ducati 916. Lui l'ha disegnata, io la copiavo sognando di cavalcarla un giorno.

E' il “grazie” di me poco più grande seduto sul muretto ad aspettare l'arrivo dei miei amici adolescenti che mi schernivano in tutti i modi ma, diavolo, avevano la Mito. Almeno i più fortunati di loro. Li aspettavo arrivare e li vedevo ripartire e allora andavo anch'io, con la sfigatissima Saltafoss di mio fratello, facendo “brum brum” e tirando fuori il ginocchio nelle curve.

E' il grazie di “me” ormai uomo che, senza pensarci un secondo, si è fatto un finanziamento di anni 4+4 per comprare una 851 che aveva ormai vent'anni e cinque ex-proprietari.

E' il “grazie” del me di oggi che ancora si emoziona alla vista di una moto bella, ma bella davvero, e che è preso dallo stesso sentimento ogni volta che apre il garage, accarezza il serbatoio della “851” e continua a fare brum brum, ma a voce bassa perché un po' si vergogna.

E' il “grazie” del me di dieci giorni fa, rapito dalla vista di una “Paso” sul Passo della Scoglina.

E' il “grazie” di me motociclista che sa che le moto belle spessissimo vanno anche bene e, fuor di dubbio, emozionano. Le sue tutte.

Non lo conoscevo io, Massimo Tamburini. Ma ha fatto grandi cose, anche per me. E un “grazie” glielo devo, e mi dispiace per l'imperdonabile ritardo.

Federico Garbin