TOP 5: le naked che hanno cambiato il motociclismo
Dal 1993 al 2013 hanno rivoluzionato il mercato: ecco cinque modelli iconici tutti senza vestito (o quasi) che hanno dato una svolta al segmento e ispirato molte delle attuali proposte moderne

William Toscani
Pubblicato il 3 luglio 2026, 08:53 (Aggiornato il 3 luglio 2026, 12:04)
Honda Hornet 600 (1998): la moto che ha fatto innamorare un'intera generazione
Se la Ducati Monster ha inventato il concetto di naked moderna, la Honda Hornet 600 è stata quella che lo ha portato nelle case di migliaia di motociclisti. Per molti è stata la prima "moto vera", quella comprata dopo il 125 o il cinquantino, quella con cui andare all'università durante la settimana e fare i passi di montagna la domenica. Non era la più potente, non era la più costosa e nemmeno la più sofisticata. Era semplicemente la moto giusta al momento giusto.
Presentata nel 1998, la CB600F Hornet nasceva con un'idea molto precisa: prendere il motore della supersportiva CBR600F, addolcirlo nell'erogazione e inserirlo in una ciclistica semplice, leggera ed estremamente intuitiva. Una ricetta che oggi può sembrare normale, ma che alla fine degli anni Novanta era quasi rivoluzionaria.
Il cuore della Hornet era infatti il quattro cilindri in linea da 599 cc raffreddato alimentato da quattro carburatori Keihin. Derivava direttamente dalla CBR600F del 1998, ma era stato rivisto per offrire più coppia ai medi regimi, sacrificando qualcosa agli alti. La potenza si attestava intorno ai 95 CV a 12.000 giri, mentre la coppia massima era di circa 63 Nm. Numeri importanti per una naked di fine anni Novanta, soprattutto considerando che il peso a secco si fermava attorno ai 176 kg.
Il risultato era una moto brillante, capace di superare abbondantemente i 220 km/h, ma soprattutto divertente nell'utilizzo quotidiano. Bastava spalancare il gas oltre gli 8.000 giri per sentire il quattro cilindri cambiare voce e trasformarsi quasi in una supersportiva. Fino a quel momento era dolce, regolare e facile da gestire; poi arrivava l'allungo tipico dei motori Honda dell'epoca, uno di quelli che facevano venire voglia di tirare ogni marcia fino al limitatore.
La ciclistica era essenziale ma efficace. Il telaio era in acciaio con struttura a diamante, la forcella tradizionale da 41 mm non prevedeva regolazioni e al posteriore lavorava un monoammortizzatore Pro-Link. Soluzioni semplici, ma che garantivano un comportamento sincero e prevedibile. La Hornet non metteva mai in difficoltà il pilota, anzi sembrava quasi incoraggiarlo a migliorare curva dopo curva.
Anche l'impianto frenante, con il doppio disco anteriore da 296 mm e le pinze Nissin, offriva prestazioni più che adeguate per l'epoca, mentre la posizione di guida rappresentava uno dei suoi punti di forza: busto leggermente inclinato, pedane non troppo arretrate e un largo manubrio che regalava un controllo immediato della moto.
Ma la vera rivoluzione fu estetica. Il serbatoio bombato, il telaio quasi nascosto, il motore completamente in vista e il corto codino posteriore davano alla Hornet un look aggressivo ma senza eccessi. Era una moto che piaceva ai ventenni come ai quarantenni, senza bisogno di effetti speciali.
Il prezzo competitivo fece il resto. Honda riuscì a proporre una moto affidabile, economica nella manutenzione e praticamente indistruttibile. Bastava rispettare i tagliandi e quel quattro cilindri sembrava capace di percorrere centinaia di migliaia di chilometri senza battere ciglio. Non è un caso che ancora oggi molte Hornet di prima serie circolino regolarmente sulle nostre strade.
Il suo successo fu enorme. Per diversi anni dominò le classifiche di vendita europee, costringendo praticamente tutti i costruttori a sviluppare una propria media naked. Yamaha rispose con la FZS600 Fazer, Suzuki con la Bandit e Kawasaki con la Z750 qualche anno più tardi, ma la Hornet aveva già lasciato il segno.
È stata la naked che ha accompagnato un'intera generazione di motociclisti e che, ancora oggi, viene ricordata con un sorriso da chiunque abbia avuto la fortuna di guidarla.
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