Yamaha XT500, spiegò alle moto il gusto dell’avventura

Antonio Vitillo
Pubblicato il 26 maggio 2026, 10:22 (Aggiornato il 27 mag 2026 alle 09:35)
Il monocilindrico che diventò leggenda
Dentro la XT500 c’era il suo monocilindrico quattro tempi raffreddato ad aria da 499 cc, con distribuzione monoalbero a due valvole, l’alimentazione si affidava a un carburatore Mikuni da 34 millimetri. La potenza di 32 CV, che poteva sembrare modesta persino allora, era perfettamente coerente con la filosofia della moto: non voleva intenzionalmente offrire prestazioni assolute, puntava su elasticità d’erogazione, robustezza d’insieme, semplicità meccanica e possibilità di affrontare qualunque terreno. Il peso di 142 chili la rendeva relativamente leggera e gestibile, mentre la velocità massima, circa 150 km/h, bastava ampiamente per viaggiare. Una delle raffinatezze tecniche più interessanti era la lubrificazione a carter secco: il trave superiore del telaio fungeva anche da serbatoio dell’olio, soluzione che permetteva di contenere gli ingombri.

L’avviamento? Un rito d’accoppiamento
Parte del fascino della XT500 stava anche nella sua personalità, a tutt’oggi ancora intatta. Non essendoci pulsante di avviamento del motore, si partiva rigorosamente a pedale. Mettere in moto quel monocilindrico richiedeva, però, una procedura precisa: cercare il punto giusto del pistone, utilizzare il decompressore e poi imprimere una pedalata decisa. Se si sbagliava, il contraccolpo della leva poteva lasciare segni a piedi, polpacci e psiche. Per molti motociclisti quello diventò un rituale, sorta di forma di dialogo con la meccanica indispensabile a farsi accettare alla guida. La XT500 ti obbligava a entrarci in sintonia, a comprenderla nel carattere. Ogni partenza era, in qualche modo, una piccola esperienza d’accoppiamento.
Le vittorie alla Paris-Dakar, continua
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