Due tempi, sogni enormi: storia sentimentale del cinquantino

Dalla prima emancipazione adolescenziale al declino: il 50 cc come rito di passaggio, fenomeno sociale e specchio del cambiamento del motociclismo italiano
Due tempi, sogni enormi: storia sentimentale del cinquantino

Antonio VitilloAntonio Vitillo

Pubblicato il 15 gennaio 2026, 11:54 (Aggiornato il 16 gen 2026 alle 09:53)

Guidare per la prima volta un motorino è stato, per molti, come varcare il confine col mondo dei grandi. Dopo la bici “a marce” c’era lui ad aspettare, fattezze simili e nessun complesso d’inferiorità alla moto. Della quale, piuttosto, fu propedeutico. La patente non serviva, in principio l’assicurazione neppure, e consumavano poco. Quando il casco era poco più di un riparo dal freddo, il cinquantino rappresentò la libertà, l’emancipazione, il progresso. 

Tecnica elementare, sogni enormi

Leggeri, agili, guizzanti, alla limitata cilindrata doveva corrispondere massimo un cavallo e mezzo di potenza, la velocità “codice” non avrebbe dovuto superare i 40 chilometri orari. In principio i rapporti del cambio si limitarono a tre, il comando era al manubrio, come su certe Vespa. Arrivarono le quattro marce, s’inserivano anche a pedali. Il cinquantino maturò, prese sempre più le sembianze della moto. 

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