"E' morto Auriol!". Mi è arrivato questo messaggio su whatsapp, come poche settimane prima mi era arrivato quello che mi comunicava fosse ricoverato in terapia intensiva. Se l'è portato via il Covid, dopo che un'altra brutta malattia aveva cominciato a scalfirne il corpo.

L'Africain è stato uno dei grandi protagonisti della Dakar, uno di quelli che hanno riempito di poster camerette e garage. Ha vinto tanto, il primo a farlo sia in moto che in auto. Ma è stata una sconfitta a renderlo immortale. E' stata la Dakar del 1987, anzi la Paris-Dakar del 1987, il suo trampolino di lancio. La storia, se state leggendo queste righe, probabilmente la conoscete. Auriol sta vincendo l'edizione del 1987 della gara di Sabine, la prima senza il suo istrionico capitano al comando delle operazioni. Lo sta facendo in sella ad una Cagiva Elefant. Tutto è apparecchiato per celebrare il trionfo del pilota francese e della piccola casa motociclistica sugli imbattibili Giapponesi e sugli agguerritissimi Tedeschi.

Tutto è pronto

Succede però che nel corso della penultima tappa, l'ultima che muove realmente la classifica, Auriol ha un incidente, anche banale, e si ritrova con entrambe le caviglie spezzate. Il suo arrivo al traguardo, in lacrime, dolorante è una delle prime scene filmate che circolano della Paris-Dakar. Quel video è uno dei primi video a diventare virali, diremmo oggi. In un'epoca fatta di immagini statiche e di resoconti scritti arriva come un pugno nello stomaco la sconfitta dell'eroe. La sua caduta, il suo fallimento non sono raccontati filtrati dalla narrazione di qualcuno, sono documentati e fanno male. L'impresa non si compie. Un sogno che tutti volevano si avverasse, una favola che tutti stavano per scrivere sfumata per una radice. Però non sono solo le vittorie che creano i personaggi sportivi che impariamo ad amare, per fortuna. Tutti gli appassionati si ricordano di Hubert e di quella bellissima Cagiva motorizzata Ducati, molti meno di chi vinse quell'edizione (Neveu su Honda).

Questo l'aveva capito Castiglioni che raggiunse il suo pilota in ospedale per festeggiare e rendergli tributo. Non sempre serve vincere, per essere grandi. Alcune volte basta provarci ma...serve altro. Serve riuscire ad arrivare alle persone, per rendere immortale un fallimento. Serve essere una persona gentile, sorridente, disponibile. Allora, anche se quell'edizione della corsa non finirà come tutti volevano, anche se l'urlo di gioia si strozzò in gola e diventò dolore, oggi si può essere campioni e ricevere il tributo che spetta ai grandissimi dello sport. Questo l'ho capito fra ieri e oggi, leggendo i ricordi di chi in quelle edizioni era con la carovana, giornalisti, fotografi, commentatori, partecipanti, oggi tutti hanno un ricordo personale che li lega a Hubert Auriol, tutti hanno un piccolo aneddoto da riproporre. Generosità, gentilezza ed quel sorriso magnetico che spesso caratterizza i cugini d'oltralpe hanno fatto grande Auriol prima ed oltre i suoi risultati, che sono comunque inarrivabili.

Ha dato tanto alla corsa

Ieri si è fermato, a 68 anni. Ieri ha smesso di seguire la traccia sul road-book, non è arrivato al traguardo, al bivacco. Questa volta non serve aspettare che arrivi, non lo vedremo comparire all'orizzonte in lacrime coi minuti che scorrono inesorabili a sancirne il distacco.

Si è fermato. Lui che l'Africa l'ha attraversata e conosciuta come pochi me lo immagino fermo, a cavallo di una Cagiva Elefant bianca, con quei panorami che solo il deserto può regalare che guarda l'orizzonte. Questa volta non riparte, questa volta si ferma, aspetta lì, la corsa è finita.

Au revoir, bon voyage.

Elefant People: storia della endurona Cagiva in un libro