QUI il racconto delle tappe precedenti.

Lungo la strada verso Kairouan si ripropone, ancora una volta, la possibilità di osservare quanto cambi la Tunisia nel percorrerla da nord a sud. Usciti dalla zona desertica, rispuntano le piantagioni di ulivi spesso delimitate da filari di fichi d’india. Lungo la strada costeggiamo Gafsa, che ci appare come uno degli agglomerati più brutti che abbiamo visto durante tutto il viaggio. Chilometri di case di mattoni non concluse, ma già abitate, formano strade che danno su un uadi completamente asciutto, colmo di rifiuti. Le strade asfaltate sembrano interrompersi sulle rive di questo fiume di plastica colorato, mentre in un enorme campo vediamo svolgersi una surreale partita di calcio in cui l’immaginario rettangolo di gioco è interamente punteggiato da bottiglie e sacchetti sparpagliati dal vento. Fortuna vuole che questo scempio per gli occhi si interrompa nel breve tratto di città vecchia in cui non ci fermiamo per la troppa voglia di arrivare a destinazione.

KAIROUAN, QUARTA CITTÀ SACRA DELL’ISLAM dopo Medina, la Mecca e Gerusalemme, fu fondata nel 670 d.c. dal generale arabo Okba Ibn Nafaa al-Fihiri grazie alla scoperta casuale di un pozzo. Si narra che il cavallo del generale inciampò in un calice d’oro sepolto nella sabbia. Quando l’oggetto misterioso fu estratto iniziò a sgorgare l’acqua. Il calice era misteriosamente scomparso dalla Mecca alcuni anni prima e la sorgente, narra la leggenda, era la stessa che alimentava il pozzo sacro di Zem-Zem. Si dice che la sorgente sia ancora presente in città, a Bir Barouta, dove il sovrano Mohammed Bey, nel 1676, fece costruire una struttura nella quale, ancora oggi, un cammello fa girare un complesso meccanismo di corde e anfore per estrarre l’acqua dal pozzo. Pranziamo con due buonissimi panini libanesi, soffici paste arrotolate, condite da uova affrittellate, tonno, olive e l’immancabile Harira (salsa rossa piccante condimento essenziale di ogni piatto tunisino). Visitiamo i bacini Aghlabiti immense cisterne in cui veniva convogliata l’acqua delle montagne per l’approvvigionamento idrico di tutta la città.

CAMMINIAMO NELLA DORMIENTE MEDINA, complice anche il pomeriggio del giorno di festa. Le abitazioni sono imbiancate a calce, con portoni, balconi e finestre, costruiti con legno di palme e pitturati di blu e verde. Al suo interno, non vi sono attività commerciali e nessuno, almeno oggi, ci chiede di visitare negozi di tappeti e souvenir. Entriamo in una rivendita di dolci, curiosi di assaggiare i Makhroud, una torta di semolino inzuppata nel miele, venduta a piccoli pezzetti con ripieno di datteri, mandorle, pistacchi e fragole. Ne prendiamo un pò dalle piramidi sui banconi del negozio e il venditore si dimostra così gentile da regalarcele.

GIUNGIAMO ALLA GRANDE MOSCHEA, il più antico luogo di culto islamico del Nord Africa. La prima moschea fu costruita proprio dal fondatore della città ma andò totalmente distrutta e quella che vediamo si deve in gran parte agli Aghlabiti, che la edificarono nel IX sec. Costituita da un enorme cortile, circondata da mura imponenti, ha il pavimento in marmo inclinato con un enorme foro che funge da raccoglitore di acque piovana per le cisterne sottostanti. Su tutto domina un minareto a forma quadrata, la cui base è una lastra di marmo di epoca romana. La osserviamo da una terrazza di un negozio di souvenir, che si affaccia su questo splendore. Possiamo solo affacciarci all’interno della sala di preghiera (la moschea è chiusa ai non musulmani), e intravedere i pilastri che sostengono gli infiniti archi l’uno, all’apparenza, diverso dall’altro.