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Lo avevo comunicato già da tempo a Stefano Giacomuzzi (il regista ventiduenne che documenterà l’impresa): il giorno della partenza io e altri vecchi amici avremmo accompagnato Cocco fino al confine con la Slovenia. Non ci interessava essere inseriti nel documentario, noi avremmo fatto comunque quel tratto di strada con lui.

LASCIATA POZZIS, inevitabile una sosta-rinfresco in piazza a Gemona (UD). Oltre un centinaio le persone presenti. La partenza da Pozzis era prevista per le 8,45 dell’8 Settembre, ma alle 8,10 Cocco era già col casco in testa e Stefano ci ha pregato di trattenerlo, per rispettare la tabella di marcia. Non è che il Cocco fosse nervoso, semplicemente voleva essere sicuro di arrivare a Krsko per vedere il Mondiale di Speedway, che iniziava alle 19.00… per lui il rinfresco era solo una perdita di tempo (giusto per dare l’idea di quanto a quest’uomo interessi apparire).

TRA GLI AMICI, AD ATTENDERLO, c’era anche Mauro, un altro irriducibile che, seppure affetto da Sla, non si sarebbe perso la partenza per nulla al mondo. Cocco non lo vedeva da oltre un anno, è corso subito ad abbracciarlo, piangendo. Al momento della partenza un saluto a tutti in friulano: “Godetevi la salute, i soldi non contano, se vi avanzano soldi accendeteci il fuoco la mattina. So che gli amici mi accompagneranno fino al confine italiano, ma ci salutiamo ora, io non mi fermo, devo vedere la gara di Speedway”.

DEVO DIRE, CHE IN QUARANT’ANNI NON È CAMBIATO DI UNA VIRGOLA. Eravamo una quarantina dietro di lui, ma non avendo montato gli specchietti sulla moto, per quanto ne sapeva, poteva benissimo essere solo, non si è mai guardato indietro. Solo a Tarvisio, sbagliando strada e facendo inversione, ci ha visti. Non si è scomposto: “Mandi, Mandi (saluto friulano) vado, io vado, devo andare”. Non è cambiato di una virgola, il Cocco. Alle 16,30 era già a bordo pista, a Krsko, per vedere la partenza del Mondiale di Speedway.

LA MOTO

Cocco ama le moto inglesi e le vecchie Harley-Davidson. Ci ha lavorato sopra tutta la vita, l’unica giapponese che apprezza è il datato XS 650 della Yamaha “E’ ben costruito e robusto, lo usavano anche nel sidecar cross e lo maggioravano fino a 1000 cm³.

HA VARIE MOTO, perlopiù autocostruite su vecchie meccaniche dopoguerra. Quella con cui è partito per l’avventura che lo condurrà a Samarcanda è una Harley del 1939, o meglio, il motore è di una Harley-Davidson 1200 a valvole laterali del ‘39. Il propulsore - ovviamente - è stato rifatto dal nostro amico, che ha anche sostituito il cambio originale a tre marce con uno di BSA a quattro marce con comando a pedale. Inoltre ha spostato sul manubrio il comando della frizione che originariamente era comandata a pedale, montato un carburatore più recente e una trasmissione primaria a cinghia.

I FLATHEAD DELLA HARLEY - ci tiene a sottolineare - sono semplici e affidabili, non si fermano, e se si fermano li può riparare anche un bambino. Io ho fiducia sulle spalle possenti di questo vecchio motore, è più probabile che si rompa il furgone e che io lo debba trainare con la moto”.

IL TELAIO RIGIDO L’HA COSTRUITO DA SÉ IN STILE CHOPPER, la forcella lievemente allungata è una vecchia Girder di derivazione inglese, che ha ceduto poco dopo Istanbul, tappa superata qualche giorno fa. Il Cocco non si è perso d’animo, ha smontato il pezzo, è andato da un fabbro e ha eseguito la riparazione da solo: “questi qui al seguito, con quelle manine lì, sanno solo di computer” ha detto poi rimontando il tutto prima di riprendere la strada.

SIAMO IN CONTATTO CON STEFANO GIACOMUZZI che sta documentando il viaggio, ogni 3 o 4 giorni ci aggiornerà con foto inedite e aneddoti di viaggio. Non ci resta che aspettare i prossimi sviluppi... rimanete connessi.

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