Cocco è il prototipo del Biker friulano. Siamo amici dai primi anni ‘70 e, per me come per innumerevoli altri ragazzi di allora, è stato una specie di fratello maggiore su cui contare. Persona semplice e solare ha avuto una vita nettamente al di fuori degli schemi. Lavoratore in Francia e in Libia negli anni ‘60, da sempre appassionato di moto e meccanico autodidatta, ha iniziato a costruire Chopper nei primissimi anni ‘70 usando come base vecchi monocilindrici italiani e inglesi, oltre a residuati bellici americani. Negli anni ‘80 gareggiava con i Sidecar Cross, prima con una Triumph Bonneville, poi con una Norton Commando. Ha avuto quattro figli con due donne diverse, ha conosciuto la malattia, l’ospedale e il carcere. Non beve alcolici e disprezza le droghe. Nel 1983 ha deciso che la vita, così come l’aveva impostata fino ad allora, non andava più bene: ha lasciato la compagna di allora, ha venduto la villetta che si era costruito da solo dopo il terremoto del ‘76 e si è trasferito a Pozzis, un paesino di montagna abbandonato, che ricordava da quando, bambino, andava a caccia con suo padre.

AUTODIDATTA DA SEMPRE, ha caricato poche cose sulla sua ex moto da corsa (una Commando da Sidecar Cross), si è arrangiato in una delle vecchie case abbandonate e si è messo ad allevare capre. La voce dell’eremita di Pozzis si è sparsa in fretta nei paesi limitrofi, così un giorno arrivò anche il proprietario della casa, ma vedendo che Cocco aveva rifatto la tettoia e sistemato le mura e il tetto cadente, gli concesse di viverci e anni dopo gliela vendette. La gente di città saliva a vedere l’eremita e ad acquistare i suoi formaggi. Lui intanto continuava a dilettarsi con le moto, a ospitare gli amici motociclisti che andavano a trovarlo e ad organizzare il “Cocco Meeting”, un raduno irrinunciabile per i vecchi amici.

NEGLI ANNI ‘90 È STATO PROTAGONISTA DI UN GRAVE FATTO DI SANGUE, seguito da lunghi anni di carcere. Scontata la pena è tornato nella sua valle tra i monti, ha scritto di sé stesso e altri hanno scritto di lui. Ed ora eccolo pronto a coronare il sogno di una vita: un viaggio a Samarcanda - luogo per lui leggendario – portandosi appresso i suoi 73 anni e guidando una H-D Flathead di 5 anni più vecchia di lui.

Inseguire i sogni è un imperativo a cui non si può rinunciare, altrimenti si rischia di concludere la propria vita senza avere mai vissuto. Non mi preoccupa il fatto di farcela o no, viaggerò con i miei tempi, riparerò quello che si romperà, e se schiatterò lungo il viaggio ne sarà valsa la pena. Basta una fossa a lato della strada per riposare nella terra; ma mi piacerebbe che la moto rimanesse in qualche museo lungo il tragitto, a testimoniare il viaggio intrapreso e a segnalare fin dove siamo arrivati, nonostante gli anni sulle mie spalle e sul suo albero motore”.

IL PROGETTO HA PRESO FORMA grazie all’interessamento di Stefano Giacomuzzi, un giovane regista di documentari poco più che ventenne che è riuscito a trovare il modo di assecondare il Cocco nella sua impresa e a trovare qualche sostegno per girare un film su questa avventura decisamente non convenzionale.

VIDEO E AGGIORNAMENTI sono visibili sul sito www.pozzis.racing e, nella zona “un pieno per Cocco” era anche possibile sostenere il progetto con piccoli contributi. “Era”, perché si dovevano racimolare almeno 3.000 Euro per sostenere l’impresa, ma in due mesi circa ne sono stati raccolti oltre 15.000, il quintuplo della somma ipotizzata. Un segno indiscutibile di quanto, nonostante tutto, questo grande “vecchio” sia benvoluto e rappresenti, tutt’ora, un punto di riferimento e di riflessione.

NELLA PROSSIMA PUNTATA, vi racconteremo tanti aneddoti sul momento della partenza da Pozzis e vi sveleremo qualcosa in più sulla Harley-Davidson del ‘39 con cui Cocco sta vivendo la sua impresa. Rimanete connessi ma intanto… un consiglio spassionato, non perdete il video in basso.