Un viaggio lungo 13.000 km e 11 paesi: Kirghizistan, Tajikistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Russia, Ucraina, Transnistria, Moldova, Romania, Bulgaria, Grecia e Italia. Nella terza parte del loro racconto (QUI le puntate precedenti) Serena e Francesco si avventurano tra gli incredibili paesaggi del corridoio del Wakhan, incontrando strade difficili e persone disposte ad aiutarli di fronte a problemi e imprevisti, fino alla sosta forzata di Dushambe.

ORMAI È CONSUETUDINE, al mattino non c’è bisogno di regolare la sveglia per ritrovarsi in moto prestissimo. Giunti al bivio per il Wakhan, svoltiamo abbandonando l’asfalto. Subito il gioco si fa duro, con il tule ondulè che ci accompagna per i primi km. Arriva la sabbia e la temperatura si alza. Incrociamo un motociclista che viaggia sulla sua Royal Enfield strusciando i piedi per terra. So che non posso guidare in quel modo per 200 km, quindi mi tengo in piedi sulle pedane e lascio che il manubrio di Africa oscilli, seguendo le asperità del terreno. Per un istante mi chiedo chi ce l’ha fatto fare.

POI LA STRADA DIVENTA QUASI UN SENTIERO e arrivano le pietre smosse e i canaloni da guadare. Sento Serena tranquilla quando ogni tanto urlo - “Reggiti! Reggiti!” - mentre do gas. So perfettamente che se mi fermo su quelle pietre potrebbe finire male. Altre volte è Serena che mi urla nell’interfono: “France dai gas!”. Nei momenti di tregua ci godiamo i conigli selvatici che sembrano chiederci cosa ci facciamo lassù. Incontriamo un paio di laghi, poi l’ultimo volo sopra i 4.000 del Kargush pass.

IL POSTO DI BLOCCO DEL GBAO lo incontriamo dopo qualche chilometro. Buona parte del Pamir è sotto l’amministrazione di una regione autonoma (Oblast). Il Wakhan è una striscia di terra che si insinua tra Afghanistan e Pakistan, uno dei risultati del grande gioco che vide coinvolte Russia e Regno Unito per spartirsi questo angolo di mondo nel XIX secolo. La regione è quella del Gorno Badakhshan e gli abitanti sono fieri di definirsi discendenti della famiglia di Alì, seguaci dell’Ismailismo, setta dell’islamismo sciita diffusasi qui nell’XI sec. In giro non si vedono moschee ma sale di preghiera e piccoli santuari in cui i devoti lasciano offerte. Si tratta di un Islam moderato, profondamente diverso da quello imposto dai Talebani nel vicino Afghanistan.