Storia di un endurista alle prime armi, convinto (a ragione) che si possa fare fuoristrada con una maxienduro, partendo da casa per una gita in Croazia con la compagna e i bagagli. Ritroverete le emozioni della prima volta, o le scoprirete     Le donne lo sanno. Per questo il mio: “Amore ti porto a fare un weekend lungo di relax in Croazia” non deve averla convinta del tutto, perché quando si affaccia sulla porta mi fa: “non è mica un’altra trovata per un giro dei tuoi, vero?” Silenzio, sorriso da politico navigato e: “… piccola, ma ti pare?”. Quando dice un giro dei tuoi, intende quei giri in cui mi incaponisco a portare fuoristrada la mia R 1200 GS. Sì, lo confesso, sono un neoendurista con la moto oversize. Tutto è nato, come sempre, al bar: “bella la tua moto, peccato che è troppo pesante per farci dell’enduro…” e il danno era fatto, una sorta di cortocircuito in testa, per chi come me è cresciuto a pane e Dakar questo era troppo. Dovevo dimostrare a questi scettici che si sbagliavano. Il weekend successivo alle 9 ero in moto, incurante della pioggia caduta fino al giorno prima che aveva reso un pantano la pineta dove avevo deciso che avrei avuto il battesimo del fango; quattro ore più tardi un Defender 90 trascinava di peso via dalle sabbie mobili la mia moto. Nulla di strano fin qui. Ma la mia ragazza era lì. Ha visto tutto. Una scena decisamente splatter. Scuoteva la testa e sussurrava parole d’amore, troppo tenere per essere dimenticate. Vi sareste arresi voi? Ci siamo capiti. Avevo solo bisogno di aiuto. Condurre off road una moto che pesa 250 kg richiede tecnica e tramite vari forum mi metto in contatto con l’Adventure School di Stefano Sacchini, specializzata in corsi per maxienduro. Avevo fatto tombola. Dopo il corso, decido, memore del conto in sospeso che avevo con il fango, di iscrivermi al Mototrip, la cavalcata invernale della città di Terni. Un giro di quelli tosti, che gli addetti ai lavori ben conoscono. Inutile dire che, per l’occasione, una pioggia torrenziale bagnava il sottobosco ternano. Ho fatto poco più di 40 km in sei ore. Non ricordo di aver mai ricevuto così tanti insulti tutti assieme, con la moto stesa ogni tre per due a bloccare il passaggio delle agili monocilindriche. Ma nessuno, tra un insulto e l’altro, si tirava indietro per aiutarmi a rialzare il bestione. Poi risalivano in moto, mi insultavano un’ultima volta e sparivano. Spettacolare. È ovvio che con queste premesse, quando ho letto che TRX organizzava il Krka Enduro Raid (come resistere a un nome così?), quasi 400 km di off in Croazia, sapevo che io, “il” GS e la povera Giorgia avremmo fatto un salto oltreconfine. Dovevo solo trovare il modo di convincerla nascondendo qualche dettaglio. L’idea era proporle una vacanza relax, tutta sole, mare e massaggi. E fin qui dicevo il vero. Per lei. Io mi sarei cimentato in due giorni di off road. Il primo intoppo è al momento di fare i bagagli. Le due borse laterali normalmente bastano per un weekend lungo di due persone, ma al mio: “Tesoro porta soltanto un costume per il giorno e un paio di magliette per la sera, così mi lasci un po’ di spazio…” s’è scatenato l’inferno. Errore madornale: un uomo che chiede spazio per i proprio bagagli non potrà mai essere credibile. Le due ore successive sono trascorse a spiegarle perché nella mia borsa c’era un completo da enduro, un paio di mutande, due calzini e soprattutto perché volevo partire con gli stivali ai piedi. Il tutto in un clima di serenità e fiducia tale da far sembrare gli interrogatori della Gestapo dei film il te’ delle cinque tra ricche signore dell’Hampshire. gira1 Gran donna la mia. Ha capito. Ha letto la passione nei miei occhi, ha sorriso e ha compreso. Poco importa che mi sia giocato tutti i weekend da qui al 2017 per una mega maratona tra centri commerciali. In un assolato pomeriggio di fine aprile, siamo pronti a partire. Per una maxienduro, la scelta di pneumatici tassellati per un raid del genere diventa quasi inevitabile. Partiamo strappando mezza giornata al lavoro e alle due spaccate infiliamo il Grande Raccordo Anulare di Roma, in due, carichi e con i tasselli che entrano in risonanza superati i 60 km all’ora. Praticamente il comfort di un cingolato. Lei ogni tanto mi dà degli amorevoli destri sul costato per attirare la mia attenzione, urla qualcosa che, causa il rumore, non comprendo e mentre faccio di sì con il casco continuo a perdermi tra i miei pensieri. All’arrivo al porto di Ancona lo spettacolo è pazzesco, al check in una marea di motociclette, tantissime bicilindriche, pronte ad imbarcarsi per la Croazia, e la testa decolla immaginando questo branco selvaggio arrampicarsi per i sentieri intorno a Primosten dove fa base la manifestazione. Notte in traghetto praticamente insonne e sbarco a Spalato la mattina del 25 aprile. All’arrivo in hotel, sede dell’organizzazione, fatico decisamente a rimanere lucido. Giorgia mi domanda qualcosa su camera e bagagli, ma mi ha perso già da una ventina di minuti, sono in preda all’estasi totale: furgoni con carrelli, pickup e fuoristrada che scaricano moto pronto gara bellissime. Mi aggiro per il parcheggio simulando una nonchalance che non mi appartiene, incrocio sguardi e ricambio cenni di saluto “maschissimi”, perché quando mi ci metto bluffo da dio, sembro quasi un “pro”, almeno fino a che non salgo in sella. Il dramma si scatena nel primo pomeriggio, quando porto il mio GS nel parco chiuso. Cuore a mille, salivazione a zero e la solita faccia idiota di chi finge di avere tutto sotto controllo. Solo che qualcosa non torna. Mi guardo intorno e oltre ad un paio di BMW HP2 e F 800 GS, due KTM Super Enduro 950 e Adventure 990, tre o quattro Honda Africa Twin, vedo solo mono racing. E tutti i GS che erano al porto? No… dico: i 1200 che erano al porto? Ragazzi non scherziamo… In quel preciso momento ogni sicurezza vacilla. E scopri di essere non solo diverso, ma di essere “il” diverso. Troppo diverso. Non c’è un Telelever nell’arco di 200 km. Bella mossa Diego. Bella mossa davvero. Da quel momento in poi ogni persona che incrocio sembra leggermelo in faccia e anche se non parlano glielo leggo negli occhi quello che stanno pensando: “poverino… con il cerchio da 19” non sa in che guaio si sta cacciando… pensa, ha il Telelever…” La notte corre veloce e alle 6:30 sono in piedi prima che suoni la sveglia, sono carico come una molla, sprizzo così tanta energia che potrei fare questo raid spingendolo a braccia il GS, mi sento invincibile e completamente fuori controllo. Praticamente perfetto. L’emozione che può dare entrare nella piazzetta di Primosten allestita con un palco per l’occasione è da pelle d’oca, con tutte le moto schierate in linea a riempire la piazza, 160 partecipanti in questa edizione 2013 e anche se si tratta di una motocavalcata non competitiva, il clima è quello dei grandi eventi sportivi, c’è un’energia che coinvolge tutti, italiani, austriaci, tedeschi, croati, polacchi. Gli sguardi sono più distesi e la battuta è pronta anche tra persone conosciute pochi istanti prima. Presentazioni, briefing completo e in un attimo siamo in fila per la partenza, gruppi di due o tre moto partono ad un minuto l’uno dall’altro e quando è il mio turno e si alza il braccio di Claudio Verna, tre… due… uno… Inizia lo show! Il percorso del primo giorno prevede 180 km in quattro tappe, un ristoro all’80° km e due rifornimenti, al mio fianco alla partenza c’è Roberto Trivellato in sella ad un’Africa del ‘93 kittatissima, forse la moto più bella della manifestazione; partiamo piano, guido teso e male, nervosissimo e Roberto mi deve aspettare più volte ai bivii; non mi godo nemmeno l’inizio di questo percorso che ci vede sfilare su un sentiero che corre a pochi metri dalla spiaggia, davanti a un mare di una bellezza imbarazzante. gira3 Le prime due ore sono di fatica vera, mi fanno male le braccia, i sassi picchiano sul paracoppa producendo rumori sinistri e il GS sembra voler fare di testa sua ad ogni curva. Poi lentamente mi sciolgo, complice Roberto che, alla seconda esperienza su questo tracciato, mi conferma che devo rilassarmi per guidare meglio. E in effetti dopo una sessantina di km, mi concentro meno sulla moto e più sul mio corpo, sulla posizione in sella e come per magia inizio a faticare di meno, la moto scorre meglio e inizia a galleggiare sulle pietre, che adesso sembrano suonare Sweet Child Of Mine a contatto con la piastra d’acciaio. Musica maestro… Così tutto diventa più facile e decisamente più divertente, cominciamo a dare un po’ di gas e iniziamo a far derapare le moto che sparano pietre ad ogni curva. Quando arriviamo al ristoro siamo completamente galvanizzati, lerci e con un sorriso grande così. Tutt’intorno sembra che gli altri siano sulla stessa lunghezza d’onda, più che un bivacco sembra una festa, senza distinzione di nazionalità o di area geografica e in questa regione d’Europa, fa molto più effetto che in altre; ma la palma d’oro la vincono un bergamasco e un brindisino che tra un piatto di pasta e l’altro continuano a sfottersi a vicenda per i numeri che hanno fatto negli ultimi passaggi hard. Un ragazzo si accorge che li sto guardando con curiosità, si avvicina e mi fa: “Chissà se allo stadio, durante Atalanta-Brindisi si respira lo stesso clima…”, potere delle moto, potere dell’enduro. Ripartiamo dal ristoro e facciamo un po’ di strada insieme a Bobo e Giaio, rispettivamente su HP2 e KTM Super Enduro che abbiamo incrociato lungo il tragitto, in un momento in cui, durante una salita un po’ ostica, in evidente difficoltà, avevo pensato bene di ormeggiare il GS dentro un cespuglio entrandoci dentro a cannone. Convinto che nessuno mi avesse visto e di averla fatta franca, quando scendo per controllare i danni, mi trovo questi due che si sbellicano dalle risate. Perfetto, arruolati anche voi. Li seguo per un po’, ma sono decisamente di un altro pianeta, io in preda a una crisi mistica mi sento Despres, alzo il ritmo, 60, 70 all’ora, fino a quando, sopravvalutando la mia abilità di frenata, arrivo non lungo, ma lunghissimo a una curva; per qualche secondo l’unico rumore che domina la valle è il latrato del mio copertone posteriore bloccato che ara il terreno, con un traversone esteticamente notevole, fino a culminare in un tonfo sordo di ferro e magnesio che cozzano contro le pietre. Riparto al volo con la speranza che almeno questa sia passata inosservata, ma alberga ancora in me il sospetto di aver cambiato in maniera definitiva il profilo di uno dei tanti muretti a secco sparsi lungo il percorso. gira2 Il secondo giorno il cielo è velato, dà pioggia nel pomeriggio, partiamo come il primo giorno al tre-due-uno che tanto ci piace per un giro che sulla carta dovrebbe essere di 180 km. È la giornata dei numeri impossibili da dimenticare. Partiamo con Roberto che dopo 20 km si deve fermare a sistemare scarico e carena dell’Africona che si sono allentati. Dopo altri 10 km ci fermiamo a dare una mano ad un K che ha rotto il carter e ha bisogno di olio e scopriamo che il tapino è stato aggredito dalla famigerata Banda della Banana, una combriccola di pericolosissimi guasconi, momentaneamente in trasferta in Croazia, che tende trappole con bucce di banana per poi infliggere ogni tipo di punizione corporale ai malcapitati. Il tipo ci ha confermato che anche il giorno precedente si era imbattuto nei malfattori e che contava sinceramente di poterli incontrare anche il giorno successivo… Ripartiamo decisi a raggiungere il punto di ristoro prima che il tempo peggiori, ma a questo punto siamo noi ad imbatterci in un fuori programma; dopo aver passato la cena di ieri ad ascoltare degli hard tosti in cui si è costretti a spingere i mono, ci siamo cimentati anche noi in un bel tratto hard, il più hard di tutti. Alla fine di una salita da seconda piena sbuchiamo su un tratto semipianeggiante in cui in lontananza si vede un cantiere; superata la pala meccanica faccio per ripartire a manetta ma qualcosa mi suggerisce di usare una certa cautela: dieci metri avanti a noi c’è un MAN che occupa tutta la carreggiata e ci impedisce il passaggio, e lì rimane fino a che con le buone e le cattive riusciamo a fargli fare manovra per guadagnare quel minimo di spazio necessario per passare. Si riparte, con qualche apprensione in più ma si riparte. Arriviamo al primo rifornimento, non faccio in tempo a levarmi il casco che arriva Emiliano con una Beta 400 RR, entra nel distributore e si lancia in uno stoppie da applauso, se non fosse che quando riatterra la sua moto butta olio come un frantoio; e lui che fa? Se la ride. Si toglie il casco e mentre prepara del bicomponente per riparare il suo carter mi racconta che all’uscita dall’ultimo hard si è stampato contro una roccia frantumando il carter già riparato il giorno precedente. Gli chiedo cosa ci sia da sorridere. E lui “embè? prima di sdraiarmi ho strappato applausi persino agli austriaci!” Piove per i restanti 80 km, tra vallate e scorci panoramici di una bellezza inaudita. Rimangono un paio di passaggi davvero tecnici da fare. Una discesa con sasso smosso lunghissima, percorrendo la quale mi ritornano in mente i consigli del Sacchini: “peso dietro e lasciala correre!”… e chi potrebbe fermarla? è una salita scomoda e viscidissima, iniziata la quale mi trovo alle calcagna un gruppo di mono in piena bagarre che sale con il coltello fra i denti: mai visto il mio GS andare così veloce in salita… All’arrivo in piazzetta sono stremato, lurido e felice. Ho completato il mio primo Raid e mi sento invincibile. Quando Claudio Verna mi vede arrivare e spunta il numero 61, dopo 380 km di fuoristrada mi crolla tutta la stanchezza dei due giorni addosso e mi sciolgo in un sorriso: l’unico R 1200 GS ha terminato il giro: devo ricordarmi di passare al bar per dire che, loro, si sono sbagliati.