Tutti quelli che avevano vent’anni negli anni ‘70 la sognavano. La Kawasaki 500 Mach III era la moto più violenta che fino ad allora avesse messo le ruote sull’asfalto. Frenata non esattamente rocciosa, poca tenuta di strada e tanta cattiveria. I lussuosi parametri e la pacata signorilità della CB 750 erano tutt’altra cosa, eppure la sua belligeranza e le sue prestazioni riuscirono ad ammaliare un’intera generazione di motociclisti.

LA NUOVA KAWASAKI era anticonformista e rappresentava la ribellione allo stato puro. Il suo tre cilindri frontemarcia 2T, al minimo produceva uno scoppiettio secco, ma aprendo il gas si trasformava in un sibilo straziante ed entusiasmante al tempo stesso. Un rombo particolare che diventerà per la Mach III un marchio di fabbrica unico e inconfondibile.

FUMAVA PIÙ DI UNA DOZZINA DI TURCHI durante un’ora di relax, ed era meglio non starle in scia se non si voleva tornare a casa oleati come una sardina in scatola. Gli steli della forcella erano esili e il telaio sottodimensionato. Si muoveva come un’anguilla in un sacco di iuta, e a velocità elevata la propria metà della carreggiata non sempre bastava.

I FRENI PROPOSTI NELLE PRIME EDIZIONI ERANO A TAMBURO e riuscivano a malapena a rallentare la mandria di 60 furiosi cavalli che si lanciavano al galoppo senza la minima incertezza e senza il benché minimo freno motore. Questo letale mix di scompensi e potenza pura furono determinanti alla nomea del marchio Kawasaki, che da lì in poi fu sempre associato a moto di prestazioni elevate.

GRAZIE ALLA LINEA ELEGANTE, all’ottima finitura, alla buona maneggevolezza data dal peso contenuto e ad un accessibile prezzo d'acquisto, la H1 divenne subito un prodotto di riferimento ma, paradossalmente, fu la difficoltà di mantenere la ruota anteriore a terra nelle accelerazioni a creare il mito.

IL PESO DICHIARATO ERA DI 174 KG A SECCO (una cinquantina in meno della CB 750) e la potenza di 60 CV a 8.000 giri/min, in grado di spingerla fino alla soglia dei 200 km/h… ma per farlo ci volevano anche una buona dose di incoscienza e dei grossi attributi ghiacciati, e non erano compresi nel prezzo. Per lei furono coniati sopranomi sinistri come “La Bara Volante” o “La Fabbrica di Vedove”, ma questo non fece che accrescere il suo fascino. I primi 300 esemplari importati in Italia arrivarono nella primavera del 1969, inizialmente proposti a 870.000 Lire, poi aumentati a 990.000 durante l'estate.

DI LEI RESTERÀ UN RICORDO INDELEBILE come la moto che ha lasciato un segno del suo passaggio e il tempo non ha fatto altro che aggiungere fascino alla sua storia famigerata.