Discendente diretto del Modello C 500 del 1938 (universalmente conosciuto come Condor), il Dondolino viene immesso sul mercato nel 1946 e, rispetto al suo predecessore, vanta migliorie interessanti ai freni e alle sospensioni posteriori, oltre che a livello estetico. Rispetto al Condor anche il motore era potenziato. Già agli esordi dichiarava 33 CV a 5.500 giri/min. L’incremento era frutto di un nuovo diagramma di distribuzione, maggiore compressione valvole maggiorate e un carburatore di 35 mm Ø. 

Il motore a sviluppo orizzontale disponeva di testa e cilindro in lega leggera, con le sedi delle valvole e la canna in materiale riportato. La distribuzione ad aste e bilancieri comandava delle valvole in testa inclinate e la cilindrata effettiva era di 498,4 cm³ (88 mm x 82 mm), con il rapporto di compressione di 8,5:1. Accensione a magnete, frizione a dischi multipli in bagno d’olio e cambio a quattro rapporti completavano il quadro.

Nel 1948 viene aggiunto un terzo cuscinetto di banco, che trova alloggio nel coperchio della trasmissione primaria. Questa versione detta “Faenza” prende il nome dalla località dove avvenne il suo esordio. La ciclistica prevedeva un telaio in tubi e lamiera con un interasse di 1470 mm. La forcella era a parallelogramma e la sospensione posteriore a molla e contromolla. Le ruote di 21” montavano pneumatici da 2,75 all’anteriore e da 3,00 al posteriore. I freni erano a tamburo con cartella laterale. Quello anteriore, di ben 260 mm di diametro, aveva l’esclusiva caratteristica di avere tutti i leveraggi di comando interni, così da mostrare un piatto portaceppi liscio e aerodinamico.

Il Dondolino pesava solo 128 kg ed era in grado di raggiungere i 170 Km/h, questo fece sì che diventasse (assieme alla rivale Galera Saturno) la 500 da corsa più diffusa tra i piloti privati del dopoguerra, diventando protagonista di innumerevoli vittorie sia in circuito, sia nelle gare in salita.

Vinse anche un gran numero di Campionati minori, ma questa macchina è ricordata soprattutto per le sue doti di robustezza che per quattro anni consecutivi, dal’50 al ’53, le consentirono di vincere una gara massacrante come la Milano/Taranto, incoronandola regina delle gare di Granfondo. Il segreto di tanta tenacia era che il Dondolino veniva montato manualmente, con un elevatissimo standard qualitativo, in piccole serie di 25 o di 50 moto per volta, all’interno del Reparto Corse della Moto Guzzi. Restò in produzione fino al 1951.