“Non sarai mai un harleysta!”, la frase storica era stata questa. Più che un pronostico, un anatema. Perché grippare sull’autostrada per Orte una rarissima special preparata in California da Arlen Ness in persona, per di più sotto gli occhi del proprietario che me l’aveva appena affidata come fosse stata la figlia vergine, fu un sacrilegio paragonabile a quello di spernacchiare a La Mecca la Pietra Nera dell’Islam. Diceva: “È l’Harley Davidson più veloce che c’è, supera senza problemi gli XXX km/h…”. Okkey, voi non ci avreste provato? Gas a manetta e mento in carena. Una moto è una moto, non un soprammobile. Ma questo è solo un antefatto che racconta del rapporto coi bicilindrici di Milwaukee, tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana… sembra l’incipit di Star Wars. Riavvolgiamo il nastro. Giorni nostri. Squilla il telefono. È la segreteria di redazione: sono inviato alla storica transumanza che a metà giugno convergerà a Roma per il 110° anniversario dell’Harley-Davidson. Stop. Download effettuato. Informazione di servizio caricata nell’encefalo, bip bip, sono ovviamente pronto. Partire in moto è il mio mestiere, mi si può attivare ognitempo in remoto come l’iPad, non serve nemmeno l’App. Poi mi chiedo: 1) Quante scudisciate spettano a chi ha ingiuriato la Pietra Nera della Mecca? 2) Riequilibrerò il karma affinché nella prossima vita non debba reincarnarmi in un tostapane? 3) Prenoto subito il massaggio shiatsu o aspetto che sia finito l’evento? Meditando, mi porto ad Arese, terra felix di Museo Alfa Romeo e sede Harley Davidson Italia. Parte da qui il manipolo di colleghi (carta stampata e web) con cui condividerò la breve esperienza. Ma il vero esercito massiccio sta già marciando rumorosamente da ogni angolo d’Europa: club, chapter, dealer, cani sciolti. Sono più dei Lanzichenecchi del sacco di Roma del 1527, quando Clemente VII, fuggito per il Passetto di Borgo, si rifugiò a Castel Sant’Angelo con le guardie svizzere. Stavolta invece il Papa, quello nuovo, pare abbia deciso di benedire l’intera armata d’invasione… Verso San Pietro Trasferisco le mie cose nei side-panniers di una FLD Dyna Switchback color cornacchia, assegnatami d’ufficio per raggiungere Piazza San Pietro, e sono operativo. Run, start, filino di gas. La cornacchia si scuote come un monumento in preda ai terremoti, schiarisce la voce, poi il grosso bicilindrico di 1.691 cm3 entra in risonanza, s’assesta, ansima con ritmo sincopato da ferryboat. Sembra la linea N, Giudecca-Lido-San Marco. Speriamo bene. Da come vibra, le previsioni sono due: 1) mi si svita interamente per strada prima d’arrivare; 2) mi si smontano le vertebre in giornata. Invece, né l’una, né l’altra. Ed il finale, continuate a leggere, è a sorpresa. A1 per Firenze; svincolo, sei marce dentro, pedalare. Capannoni, campi, covoni, guard rail… Ecco l’Appennino, i monti del Mugello. Accaduto nulla? Tra svitaggi mancati e vertebre salve, evidentemente c’era una terza ipotesi non considerata. Che ci prendessi gusto. Il gusto rinsalda uscendo dall’autostrada. Tutte le strade portano a Roma, ma la consolare Cassia attraversa la bellezza motociclistica delle Crete senesi e dei Monti Volsini. Puro rock’n’roll. Sul misto la Dyna si lascia condurre con grazia inaspettata. Bassa, intuitiva, piena di tiro, stabile come un treno. Col solo limite dall’allegro stridìo prodotto ad ogni curva delle pedane sull’asfalto. Ma forse un piacere in più. Ed ovunque “Lanzichenecchi”, la community motociclistica più affiatata della galasia che cala all’unisono verso la Caput Mundi. storie1 Un esodo biblico Non mi ci riconosco subito a pelle, tuttavia sono i miei fratelli di marchio. Hi bros! Riempono carreggiate, stazioni di servizio e parcheggi on the road col caratteristico timbro dei loro V-twin: flon-flon-flon-flon-flon… frrrr… vrrrr… musica ancestrale, un intero popolo in marcia come un esodo biblico. Dalla Scandinavia, dalle Isole britanniche, dal Centro ed Est Europa, dalla Penisola iberica, dagli Urali, dai Balcani, dall’Albania. C’è pure il Chapter di Ankara, per poter dire scherzosamente “mamma li Turchi!”. Eppoi, certo, da tutta Italia e da oltre Oceano. Alla fine se ne conteranno 100.000. La millenaria metropoli di Cesare ce l’ha messa tutta: stradacce groviera, vaffà, clacson, il gay pride, i forcaioli del Codacons, ma i lanzichenecchi non si sono fatti intimorire. Sospensioni a pacco, vertebre a fisarmonica, e via indenni oltre il cerchio delle mura Aureliane. L’invasione è cominciata. Solo una piccola carambola sul Grande Raccordo Anulare: cinque moto, due auto, qualche frattura. Considerato il traffico, bazzecole. La festa comincia all’ombra dello Stadio Olimpico. Gli stand sono stati rizzati in mezzo ai pini ed alle esedre del Coni, tra le statue mussoliniane in travertino del Foro Italico e il lungotevere di Ponte Milvio. Attesissimo, circondato da un’aura luminosa, appare in sala stampa Willie G. Davidson. Il consueto basco nero calcato sulle ventitrè. Sembra l’icona del Che stampata sulle magliette. Ottant’anni d’anagrafe. Sfavillanti. Chapeau vecchio Willie. Parola d’ordine: libertà. Altro che William Wallace. Viene pure tirata fuori una Freedom Jacket, sorta di reliquia in divenire, mostrata ai fedeli. Progetto messianico in bilico tra Easy Rider, Sacra Sindone e marketing. Se interessa approfondire: 110.harley-davidson.com. Poi il vecchio Rockfeller delle moto saluta tutti col pugno chiuso. Sì… così, che mito! A ferro e fuoco In tre giorni si sciama senza sosta, si mette la città a ferro (quello delle moto) e a fuoco (quello dalle marmitte). Fat Bob, Wide Glide, Electra, Softail, Road King. Ce ne sono d’ogni tipo e foggia, con straordinarie personalizzazioni a due o tre ruote. Il vero segreto di questo popolo è che non genera mai lo stesso clone. Passione pura. Strettamente di serie, la “mia” Dyna si rivela comunque preziosa nell’anarchia del traffico romano, insospettabilmente compatta e maneggevole da guadagnarsi la pole tra semafori e code. Beh, magari meglio essere un po’ vaccinati a questo genere di manovre, qui. Per la storica sfilata da Ostia al Tevere ci si mette in fila all’alba di sabato. C’è da conquistare il cuore stesso dell’Impero: Porta Cestia, Caracalla, Colosseo, Colonna di Marco Aurelio. Sull’altra corsia i romani ancora assonnati sfollano con fave e pecorino verso una giornata al mare. “Ahò, ma chi so’..?” “Boh, l’ammericani…” “…’mmazza quanti!” Il clou dell’happening? Impossibile mancare l’Harley Village al Porto di Ostia. L’occasione l’ha trasformato in una strip tipo Daytona, spiaggia, palco enorme, musica a palla, vigili rassegnati, moto ovunque - ma proprio ovunque - ed un campionario da compendio zoologico. Se ne vedono di tutti i colori: bare multimediali, orinali pieni, topi impagliati, bighe meccaniche con centurioni in costume, piercing e druidi, barbe di Giobbe, corna vichinghe, Elvis Presley risorto, un milite della seconda guerra mondiale con Harley d’ordinanza del ’42, l’elmo spaziale di Gagarin, Babbo Natale, Toro Seduto. Uno “stravaganza party” elevato al cubo. Per le indulgenze non resta allora che la benedizione solenne domenicale del Santo padre in Piazza San Pietro. Urbis et Harley, è il caso di dire. Eccolo, folla in delirio… “Papa Francesco… Papa Francesco… posso ritenermi perdonato per aver grippato la special di Arlen Ness…?” Non mi sente, continua benedicendo, un bicipite tatuato si commuove, una scollacciatissima babe biker prende fotografie. Poi la Papa-mobile si ritira in Vaticano, tutti sciamano, suore, security, ressa di soliti pellegrini più 100.000 lanzichenecchi in rotta. La festa è finita, andate in pace. Devo riconsegnare la FLD Dyna Switchback. Bassa, vibrante e nera come un’adorabile cornacchia. Fratelli, aspettate, facciamo festa anche per i 111 anni? 112? 115?   di Giovanni Carlo Nuzzo   storieApre